martedì, gennaio 02, 2007

natalenatale

Era già nei miei progetti, e in qualche modo devo accontentare Cilla, visto che i miei pranzetti stanno languendo nel disastro economico. Giù a fare i tortini salati del riciclo mentre sogno i tempi del polpo con patate e fagiolini. Male che va ho una scorta semestrale di bottarga, la povertà con classe.
La settimana precedente alle vacanze è stata una sfilza di cene milanesi e si è abbattuta su di noi, perché poi per un po’ non ci si vede. Sì, ma gli amici cari e i loro affiliati non sono infiniti, quindi si è giocato a tetris incastrando 30 persone a 10 alla volta in ordine sparso nelle 4 case madri. Poi tanti baci e tanti saluti, oggi è il 2 e siam di nuovo qui, a tentare la cena di ritrovo. E i racconti delle famiglie (iniziati in realtà molto prima con la storia delle sorelle Chiappara, inquietanti zitelle sicule che hanno minato il tempo infantile dell’amico Fabrizio) ci seguiranno fino a febbraio.
Natale è passato e ho fatto tutto quello che si doveva fare.
Ho mangiato, andata in emo-core con mamma zie e sorelle, litigato col babbo, tutto come previsto, tranne un tocco di cinismo da parte mia. A fine pranzo (dopo l'emozione, la litigata, la pace, il dolce), ho detto scherzando che sembriamo la famiglia Addams, Mutter c'è rimasta un po' male ma io, davvero, stavo scoppiando. Per fortuna Sister4 si è messa a suonare al pianoforte la canzone della sigla, e Sister3 schioccava le dita a tempo. Nessuno sapeva il testo, ma ci siamo messi tutti a ridere. La cucina nostra è veramente zeppa di grassi, e ad ogni invitato è toccato, in varie forme e gradi di compostezza, il suo decimetro cubo di burro e il suo etto di colesterolo già pronto. Comunque penso che mangiare sia una delle cose più belle del mondo, e mangiare con tanta gente lo sia ancora di più. Cucinare per 20 implica un amore e un progetto che non tutti possono sostenere.
Ma dopo tutto, mi è parsa logica la passeggiata, se non fosse che poi ci ho preso un po’ la mano, e sono finita a scaprettare in mezzo alla neve. Contando che gli impianti sciistici stanno piangendo miseria quest’anno, posso dire che ero un bel po’ in alto, dato che la neve, a un certo punto, mi arrivava a mezza gamba. Pensavo e sognavo i miei pantaloni antivento e gli scarponi (lasciati miseramente a indurirsi nell’armadio a Milano) mentre con le Nike piatte e le braghe di tela arrancavo gli speroni di roccia e scivolavo di culo sull’orlo dei burroni. Perché in costa si gode meglio del panorama, di qua e di là. Folle di freddo in faccia e piedoni gelati, da tergo mi colse il
fantasma di Caspar David Friedrich e mi son messa a piangere, ma si gelavano le lacrime e pizzicavano di fronte a tanto bianco e freddo e purezza tutte lì davanti, fin dove si poteva vedere, fino all’inizio dell’Appennino e Milano da una parte, e alle Grandi Alpi dall’altra.
Totalmente sopraffatta dalle cose ovvie e grandi e indiscutibili e immanenti quali la natura e la bellezza, mi sono resa conto di quanto sian poca cosa le mie attuali abitudini e occupazioni, memore del fatto che tutta quella grandiosità era, fino ai 20 anni, la mia quotidianità. Anzi, ne facevo parte. In mezzo al bellissimo rumore della neve (che se ascolti bene puoi capire quanto è spessa) e un tramonto a 180 gradi da non riuscire a respirare, ho fatto grandi progetti per l’anno che arriva e un po’ di vaffanculo ai problemi che in realtà non lo sono. E poi il ritorno con Sister3 e abbiamo urlato un casino giù per i tornanti, che la sensazione di gridare tanto non ti sente nessuno è bellissima e catartica, anche se ha fatto tornare a galla una paranoia che mi ero dimenticata dall’adolescenza: e se parte la slavina?
Comunque a febbraio son 30 e pensieri folli se ne fanno sempre.

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