milano è una brutta bestia

lunedì, dicembre 14, 2009

10 minuti di anonimato

Ma come, usi ancora le e-mail? Sono vecchia, mi stai dicendo, piccolo nerd diciottenne con l’i-phone. No, non mi troverai mai su twitter e tantomeno su facebook, non ho nessun myspace e mi sembra che possa servire solo a chi ha un gruppo musicale o un locale. Non reagisco ai feed. Boh.
Ho un piccolo blog che leggono praticamente solo gli amici e chi non sa chi sono lo legge per quello che è, una manciata di micro raccontini lanciati in aria e caduti chissà dove.
Ho una scrivania con due computer e due telefoni, per risparmiare chiamo gli amici all’estero con skype. Punto. Forse sono una retrograda digitale, ma non ho la smania di comunicare al mondo cosa faccio ogni 15 minuti perché ho la certezza che non importi a nessuno e perché non voglio io.

Mi sono impegnata a fondo per essere la donna invisibile.
Ho diritto al mio grigio medio. Non voglio che nessuno sappia cosa sto facendo ora o cosa facevo alle elementari. Può essere utile, in molti momenti della vita.
Parafrasando Warhol, Bansky ha detto: Nel futuro ci saranno così tante persone famose che ognuno avrà diritto ai suoi 15 minuti di anonimato.

Hai proprio ragione. E sarà un bene inestimabile.

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domenica, ottobre 25, 2009

i misteri dei capelli dei passeggeri del treno

Stefy è piena di catene al collo, ha una cresta di capelli fucsia, una manciata di piercing distribuiti come se glieli avessero buttati in faccia a caso, la voce smerigliata dalle sigarette e da un accento basso mantovano. Il suo ragazzo è forse il figlio di un industriale del mohair in lotta col potere e con i genitori. Ha una timida cresta, le occhiaie disegnate, tre golfini nuovi morbidissimi indossati uno sopra l’altro e dice a Stefy di stare tranquilla.
- Ma tranquilla un cazzo! Cioè, io pensavo che faceva freddo, invece fa caldo. Ma ti rendi conto che adesso sono in giro con due maglie e in più mi si è sciolta un po’ la lacca e mi si è rovinata una punta? Ho caldo, vieni qui, aiutami a tenere insieme questa ciocca.
Stanno andando a Milano in treno, e si siedono nel blocco sedili di fianco al mio, litigando per il posto finestrino.
All’altezza di Castellucchio, salgono sul treno Nicolas, sua madre e Pasquale, il fidanzato.
Nicolas è un bambino a cui sto immediatamente simpatica, perché vuole sedersi di fianco alla signorina.
- Piccolo buongustaio - dice Pasquale.
- Grandissimo stronzo - dice la madre.
Pasquale ha dei problemi con la valigia, la apre e ripiega il suo contenuto tentando di recuperare spazio. Nel frattempo la donna lo aiuta, e mentre piega un paio di pantaloni trova un capello e lo leva.
- Grandissimo stronzo - ripete - di chi cazzo è questo capello?
- Ma cosa vuoi che ne sappia, amore. Dammi quei pantaloni.
- Eh, no. Prima mi devi dire di chi è questo capello. È più lungo dei miei, ed è pure rossiccio.
La donna mi scruta. Eh, no, penso io. Io non vi ho mai visti, mi state rompendo l’anima, non riesco a leggere e adesso salta fuori pure che sono l’amante di quel mostro. Già mi immagino una di quelle bande di rapinatori che inscenano un litigio per poi rubarti la borsa. No, cari miei, non mi farò fregare. Stringo la custodia del mio hard disk, il biglietto, e fingo di dormire.
- Nicolas, togli i piedi dal sedile. Nicolas, lascia stare la signorina.
- Adesso mi devi dire di chi è questo capello.
- Ma che ne so, smettila di fare la stupida. Nicolas, non arrampicarti sulle borse degli altri.
- Vorrei fumare una sigaretta.
- Ma sono dieci anni che non si può fumare sui treni!
- E allora vado in bagno. Vieni con me?
- No, e poi Nicolas dove lo lasciamo?
Io ho gli occhi chiusi, ma so che mi stanno fissando. Ho un brivido sulle tempie. Adesso mi lasciano lì col figlio del demonio, poi mi accusano di rapimento oppure io scendo alla prima fermata e vendo gli organi del piccolo che, detto tra noi, ha la faccia di un vecchio, il bambino più vecchio del mondo.
- Signorina… signorina… scusi…
Pasquale mi scuote e io devo svegliarmi dal mio finto sonno. Senza ritegno.
- Signorina, mi scusi, noi andiamo in bagno un secondo, non potrebbe guardare un attimo il bambino?
Chiedo se potrebbe scappare. Mi rispondono di no, con quella faccia da agenti immobiliari quando ti dicono “è un affare”.
Mi sento un po’ acida mentre li vedo allontanarsi e guardo Nicolas, inebetito da un giochino del telefono cellulare. Ma dove vuoi che vada questo, mi dico, e mi concentro sulla coppia di punkettini.
Stefy è ancora triste per le sorti di uno dei suoi coni di capelli, ha perso forma.
- Amore, ti prego, sistemami, altrimenti mi viene una crisi isterica.
- Ma cosa vuoi che sia? Ma che ti frega? Dai Stefy ti prego non fare la fighetta, sei insopportabile.
- Io fighetta? Io mi sono fatta il primo piercing a Piadena, ti rendi conto, secondo te sono una fighetta? Sono impresentabile, se non mi aiuti non scendo dal treno.
Nel frattempo tornano i due fumatori degeneri.
- Comunque non me l’hai spiegato di chi è quel capello, sei un grandissimo stronzo, mica mi fai fessa a me.
- Nicolas, sei stato bravo?
- Sì, e che devo fare? Un po’ la signorina mi ha fatto paura.
Mi guardano straniti.
- Ma non lei. Lei è stata brava, non ha detto niente. Quella là, quella con gli aghi in faccia.
- Ma chi ha gli aghi in faccia?
- Quella là - e indica Stefy - lei continua a urlare e mi disturba. E poi mi fa paura.
- Eh, ma sai, Nicolas, devi avere pazienza. Un giorno anche tu sarai grande e potrai scegliere se diventare un pazzo rincretinito oppure un grande uomo, magari un banchiere, come tuo padre.
- E daje co’ ‘sto padre… non lo vede da due anni, adesso suo padre sono io.
- Guarda, Pasquale, hai veramente rotto i coglioni anche tu. Mi devi spiegare da dove viene quel capello e poi tu sei un operaio, t’ho raccolto che quasi non parlavi italiano, t’ho fatto diventare un essere umano io, quindi Nicolas me lo gestisco io e tu stai zitto, e riaprirai la bocca solo per spiegarmi quella storia del capello che ho trovato nella tua valigia.
- Ammazza che stronza…

Forse vivo in un mondo parallelo.

martedì, settembre 15, 2009

pm al quadrato

pre-mestruo e pre-mostra

è come se in testa avessi sempre rumore di calabroni

lasciarmi andare è un traguardo che raggiungo solo se la vita mi concede abbondanti preliminari

le immagini affiorano, restano a galla il tempo per registrarle e poi riaffogano

mi infilo il gommino della matita nell'ombelico: ci passa

ho ancora un po' di gesso nei capelli

la cartavetrata non ha poesia

focaccia con crescenza e melanzane e grana

andrea mi porta in giro e io fingo di essere una valigia piena di cazzate

mercoledì, aprile 08, 2009

Mai dire cose...

...tipo: come sarò da vecchia? Che lavoro farò tra 15 anni? Nel momento in cui ci poniamo (o poniamo agli amici) queste domande, lo facciamo un po' per ridere, un po' per gioco, un po' perchè è tutto così lontano e ci sentiamo irraggiungibili, un po' perchè siamo così ironici e non sentiamo il tempo. Stronzate. Non fatelo mai.
Dieci anni fa con Memoletta si diceva che saremmo diventate vecchie con la permanente rosa o azzurra, un barboncino e alcoolizzate di gin. Verso il gin ci siamo andate vicino, e i primi capelli bianchi son lì, nascosti dalla tinta ton sur ton a far finta di niente.
Tre anni fa con Alicina si diceva quale acciacco avremmo avuto da vecchie (oltre alla tosse da fumo). Io le ho detto: sarò una bella signora un po' zoppa con un bastone da passeggio molto elegante. Per ora lasciamo perdere il fatto dell'elegante, fenomeno a me ancora poco chiaro. St continuando a crescere ma solo da un lato, quindi riduzione dell'apertura alare e i dottori  mi infilano aghi ispezionando la testa del femore. Impressionante. Il primo che mi viene a dire come ti vedi tra vent'anni gli risponderò in prigione, e lo uccido.

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mercoledì, febbraio 25, 2009

miseria nera

... è proprio un'italietta misera e meschina.
O emigro o non apro più il giornale.
Vedi qui, ma giusto per dirne solo una.


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lunedì, gennaio 12, 2009

L'amour est un oiseau rebelle - II

Mi sveglio sempre con l’odore di caffè, e adesso non è più merito della mia caffettiera elettrica col timer. Ho i capelli lisci e luminosi, un po’ perché sono felice e un po’ perché si adopera anche con piastra e phon. In casa ci sono ancora un ammasso di scatoloni ma non me ne frega niente, li metteremo in ordine insieme, e sarà divertente. Quando ci vengono le crisi di fame notturne preparo dei panini rotondi col formaggio e li mangiamo a letto. Ho le occhiaie fino a metà pomeriggio perché da un anno chiaccheriamo fino alle due di notte, sghignazzando sotto il piumone. Ho le unghie dipinte di rosso e non perde l’occasione per farmi il solletico. Quando ero agitata per il lavoro mi venivano le crisi di nervi, ma adesso ci ricamiamo sopra delle storie fantascientifiche, dove chi mi fa arrabbiare perirà sotto un meteorite o facendo lo schiavo in una miniera di uranio e casoncelli. Insomma, vivevamo già insieme e ci siamo sempre detti che non sarebbe cambiato niente. Invece ci siamo sposati e giuro che è meglio ancora.

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giovedì, novembre 20, 2008

il futuro, il presente, la metereopatia

Dovrei fare mille cose ma mille cose mi girano dentro come un ciclone, e non vogliono uscire, mi faranno scoppiare la pelle.
Ho il salottino pieno di quadri a metà, la mostra si avvicina ma non ho ancora quagliato, ho l’ansia a turbina. Forse per via dei soldi che non ci sono mai e alla mia faccia da grafico free-lance stanno venendo le rughe della paura. Pensieri, pensieri. Ho ricominciato a mandare curricula-curriculì di qua e di lì, ma nessuno risponde. Ok, li ho mandati da due giorni. Però. Uffa. Sono inquieta come una zanzara, mi sembra di far rumore anche mentre sto ferma. Mentre faccio altro, penso alla mostra, e mentre faccio i quadri penso ai lavori possibili alternativi che potrei fare. Risposta dal fondo del cuore: nessuna. I disegni prendono forma ormai indipendentemente da me, si fanno da soli, si modificano, sono figli ormai grandi che hanno preso la loro strada.
In realtà è questo: mi immagino vecchia con le dita a punta di grafite. Ma ADESSO ho l’ansia vera che questo potrebbe non succedere. Quindi mando curricula-curriculì.
Una sola risposta mi è arrivata al primo colpo: signorina, il suo curriculum è sovradimensionato per le nostre necessità. Ma che cazzo di ragionamento è? Se te l’ho mandato è perché ho letto quello di cui hai bisogno, e penso di poterlo fare. Cosa vuoi? Che sappia fare meno di quello che mi chiedi così non mi paghi 3 mesi per insegnarmelo? Mi sembra veramente assurdo. C’ho trent’anni, mai potuto permettermi di fare stages, mica incomincio ora.
Qualcuno vuol darmi dei soldi, per favore? Io in cambio produrrò quello di cui ha bisogno.
Sembra semplice, vero?
Esco un attimo, vado a prendere un po’ d’aria.
Anzi no, finisco il quadro.
Magari preparo le crocchette di patate.
Leggo il Corriere.
Disegno.
Scrivo un post.
Lavo i pavimenti.
Ricomincio a disegnare.
Butto il polpo che l’acqua bolle.
Metto i Morphine. Ecco cosa mancava.
Continuo a disegnare.
Continuo a disegnare…

sabato, ottobre 18, 2008

le cose, le pecore, insonnia


Tavolo in cristallo che serve per fare i disegni con la luce sotto; le sedie per gli amici e appallottolare i vestiti; la scrivania più piccola del mondo come le segretarie anni ‘30, computer sopra di essa e candelabro e posacenere, tecnigrafo con disegni di un mese fa, carta di tutti i colori e quasi tutte le dimensioni e grammature, libreria pesante che si sta sfondando, valigetta del trapano, CD ancora dentro i sacchetti della spesa, libri impilati che fanno da penisola alla scrivania più piccola del mondo, matite e penne in tutti i colori, scatola con cose non archiviabili se non nella scatola, quadri finiti, a metà, degli amici, lampadario trovato qui, cucina frankestein bianca, lavandino di Alice, lavatrice nuova, stendipanni della ferramenta di Niguarda, i coltelli dentro la valigetta dei coltelli ma alla fine uso solo la mannaia e il sottilino, pensili così così, pentole arrabattate, frigorifero sempre di Alice, cibo variopinto, piatti bianchi, vestiti mediocri, libreria che cade a pezzi, libri troppi, mensole sgangherate, televisione rotta, tavolino, due balconcini, campanellino suicida rampicante, letto con fidanzato in fase rem arrotolato come un arrosto succulento dentro le lenzuola, che non lo posso svegliare, son le 4 del mattino.
Mi servirebbe solo un po’ sonno nella casa dell’amore. Le pecore non le so contare.

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martedì, settembre 23, 2008

settembre andiamo, è tempo di migrare

Settembre mi coglie sempre di sorpresa. Dopo un’estata passata a ciondolare tra dentro (casa) e fuori (Milano), ad attraversare la strada senza guardare (non c’era nessuno) ecco che il casino ricomincia. È come se tutti, dopo essersi rilassati, ripartissero con più isteria di prima. Era così bello agosto. Ho riprodotto svariati piatti mangiati in giro, ho imparato a fare il pane. Ho pensato alla mostra e trovato i telai, ho disegnato tantissimo. Ci vuole un attimo per capire che è tornato settembre. Lo shock si vive stando a Milano, non andando ad Honlolulu. Dal primo lunedì utile ritorna tutto come prima, e in un mese (era così bello!) me lo ero dimenticato.
Non si trovano più parcheggi, mi telefonano 100 persone al giorno, tutte le gallerie devono fare i cataloghi, tutti gli amici vogliono uscire, mi arrivano le e-mail persino dal GS. Poi c’è il film festival, MiTo, music across, la settimana della moda, l’apertura delle gallerie congiunta e fino a mezzanotte. Vorrei vedere tutto, uscire con tutti, lavorare ordinata. Ma non si può. Allora seleziono, col rischio di passare per stronza. È come avere un bigino del mondo e alla fine cedo, e John Zorn e Marc Ribot e Lou Reed me li voglio vedere.
Milano, per finta, è comoda.
A Milano, se vuoi stare una sera a fare le coccole a Monsieur Zimbarò o cucinare per gli amici belli, sei tacciata di sedentarietà e vecchiume. E poi, un sacco di volte, io lavoro, di sera. Allora diventi la pazza in carriera, neanche quello va bene.
Milano ti offre tantissime cose, ma è un po’ come le ragazze che lo fanno per finta.
Milano è una profumiera.
Milano è una brutta bestia piena di lucine.
Milano è tornata dalle ferie con la rogna, quest’anno. I proprietari del bar dove andavo tre anni fa hanno ammazzato a sprangate un ragazzo giovanissimo. Un amico di amici si è svegliato un giorno e ha accoltellato delle persone a caso. Il parrucchiere nella via di fianco prende a calci nel sedere una donna vestita di stracci. Una bambina da sola chiede soldi al semaforo. Non c’è più la coda al supermercato. I vecchietti rovistano tra la spazzatura del mercato. Per strada non ci sono più i milanesi nervosi che non sanno guidare, ma mine vaganti ripiene di cocaina. Le mamme sbattono i figli su e giù dalle auto in terza fila, si lamentano del costo dei libri e poi regalano loro dei cellulari carichi per un anno. Signore con fili di perle fanno la fila al portone della mensa dei poveri. Uno dei miei datori di lavoro (notoriamente ricchissimo) ha fatto finta di non vedermi mentre si provava una camicia da Oviesse. Al bar della stazione centrale i poliziotti bevono il caffè, a gruppi di tre o quattro, sentono “al ladro!” e molestano un ragazzo che stava facendo i biglietti. Il ladro vero scappa e si fanno rifare i caffè, gratis, perché si erano freddati. Ho chiesto in un locale di bassa lega se avevano bisogno di personale per la pausa pranzo e mi hanno detto di mandare il curriculum via mail.
Sto pensando (ciclicamente ogni due anni) ad emigrare.
Ma stavolta non da Milano, proprio proprio dall’Italia

giovedì, luglio 10, 2008

italiena

Me lo diceva la nonna che uno è quello che mangia da piccolo. E ci resta. Anche se la vita poi ti offre cose bellissime ed elegantissime, il nucleo originario non stenta a svelarsi e riproporsi neppure nelle situazioni più chic. Però un pochino ci avevo creduto.

Invitata alla mostra in Francia, in località elegante di passeggiate sulla promenade, tra i profumi della provenza e le residenze pensionistiche dei pittoroni del secolo scorso, mi immaginavo chissà che. Non fraintendiamo: la mostra è andata benissimo e la galleria era bellissima spaziosa e luminosa, sono stati tutti gentili e ho mangiato e bevuto come una principessa. Io e gli altri artisti siamo stati alloggiati in un’istituzione d’arte famosissima, dove vanno a studiare e insegnare persone da tutto il mondo.

In questo clima multiculturale, dopo il giardino da mille e una notte, dopo il padiglione delle esposizioni chilometrico, dopo l’ingresso in sassi della spiaggia, c’è una scaletta che porta in un corridoietto, pieno di porticine che entrano nelle stanzine. Ci hanno dato le chiavi di una di queste particole frattali del sontuoso edificio, ed erano ampie come il mio ripostiglio a muro, sporche da far impazzire anche il più unto dei lercioni, e appena mi sono seduta sul lettino per disfare la valigia, una gamba si è rotta e sono finita a terra. Il giorno dopo hanno fatto finta di aggiustarmela con la colla pritt, e quindi si è rotto tutto di nuovo. Ho dormito col  materasso per terra e portato il letto nel corridoio, ho comprato un detersivo ma non c’è stato niente da fare, il grasso di mesi non si può levare così. Sognavo di avere con me il saldatorino e dormire di nuovo nella polvere e nella segatura del mio studio, quando ho incontrato una pulce e dei capelli, che ho raccolto dal materasso e volevo buttarli in bagno, ovviamente in fondo al corridoio, ovviamente misto e senza alcun tipo di pulizia dai tempi della presa della Bastiglia.

Un po’ disperata ho capito che non sarei mai riuscita a far niente lì, quindi la sera, con l’ultima sigaretta, prima di dormire, andavo a far pipì sotto la murraia paniculata, accanto all’allamanda cathartica, di fronte all’aristolochia gigantea.

Ma il mio preferito è stato il nocciolo. Come ai vecchi tempi.


 

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martedì, maggio 06, 2008

ZERO IL ROBOT è nato!

venerdì, aprile 18, 2008

incazzatura in differita

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora
che tutto sia come prima
perchè avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

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martedì, aprile 15, 2008

la servitù non è più quella di una volta

Dopo tre anni sono stata ripescata dal vecchio capo (in realtà la bellissima DonnaAlo) per dar man forte all’allestimento di una mostra in ridente cittadella collinare in occasione dell’inaugurazione di una cantina di pregiati vini. Un po’ fuori allenamento, ho ripreso l’avvitatore e la livella tra le mie braccia, i guantini con la palma di gomma, il taglierino in tasca, i chiodi tra i denti e, nonostante il dito offeso dopo una lite con una latta di cannellini, ho constatato che con un cacciavite in mano si cuccano gli elettricisti e che con il trapano acceso in modalità percussione li si fa scappare. Hanno alimentato il corpo operaio con filetti succosi alti 5 cm e vino buono. La sera dell’inaugurazione sono riuscita a scampare la follia di chi mi voleva confezionata come un boero in tulle rosso e scarpe a punta, ho recuperato una camicia bianca e un paio di ballerine in modo da sembrare come sempre una cameriera lesbica e mi sono tuffata nel girotondo ciao ciao come stai è tanto che non ti vedo, dall’ultima apertura della triennale, ci sono le tue opere qui cipiripippi. Quando ho capito che c’era da mangiare per 200 persone mi sono guardata attorno: gli invitati erano almeno il doppio e mi è venuto un po’ da piangere. Mentre vedevo a random ragazze bellissime, donne baraccone, ottuagenarie plastificate, pensavo di non potermi iscrivere in nessuna di queste categorie e ho tentato di togliermi la fame con le camel, ma poi il vino è stato troppo, ed è arrivato l’angelo salvatore MastroCico. Lui sa sempre essere al posto giusto nel momento giusto.
Mi ha portato a sedere sul flycase nel magazzino adiacente la cucina del catering. Lì, con la faccia affranta e i muscoli in preda all’acido lattico, ho ricevuto porzioni più che dignitose di pasta calda e gustosa, dolci raffinati e calorici e grappe stappate prima dell’etichettatura per mano di fattori gentili, sani, mangioni, ridanciani, ubriaconi e fumatori. Con loro, appunto, ho bevuto, mangiato e fumato, ma soprattutto discusso delle sculture a cippa di minchia che fanno sui filari e sul dubbio che il titolo della mostra fosse tratto da Rimbaud o Verlaine. 5 a 2 per Rimbaud, e giù di grappe profumate.
Là fuori c’era qualcuno che mangiava una lumachina parlando della qualità della servitù. Io penso che sia veramente ottima, meglio di una volta.

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lunedì, febbraio 25, 2008

manifesto

Questo blog è stato fatto per aggiornare gli amici lontani.
Questo blog non ha velleità letterarie in quanto non so scrivere.
Questo blog racconta solo cose vere e i riferimenti a persone e luoghi è assolutamente mirato e fedele.
Quindi, questo blog è assolutamente da intendersi come sproloquio della sottoscritta.
Non contiene verità necessariamente valide per altri.
Questo blog sa di interessare a pochi, e gli sta bene così.
Questo blog va giù come un Fernet Menta ghiacciato.
Questo blog cerca di parlare di alcune cose belle della vita.
Quindi, questo blog parla di melanzane, Palermo, Milano, vestiti di nozze, scamorza, posateria, mostre, pizze, incontri, lavori in corso, scatole, concerti, cinismo, vita notturna, feste, stampatori, infanzia, stigghiola, figli degli amici, amici suonatori, amici lontani, amici vicini, genitori degli amici, parenti degli amici, storie, piumoni, libri, materiale edile, burrata, traghetti, soldi, Val Brembana, metropolitana, quadricromie, vicini di casa, phon della Imetec, compleanni, studi, tapparelle, neon, anni che passano, matite colorate, ripostigli, lavandini, cazzate, polenta, cozze, treni, trasferte, traslochi…
Se a qualcuno non piace, prego cliccare “blog successivo” in alto sulla barra o qualche link umilmente consigliato.

E non ho intenzione di tornare sull’argomento.

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lunedì, febbraio 04, 2008

ricominciamo

mercoledì, gennaio 30, 2008

torton wedding



E quindi è andata. Mentre noi non abbiamo ancora capito come abbiamo fatto a fare in tempo ad andarci, a trovare un vestito, a trovare il regalo, loro si sono sposati. Alice fuma e beve fuori dal Mono appoggiata a una macchina. Camel light e rum con ginger ale, normale, direte voi, però pare ci goda a bere e fumare con un cerchietto d’oro al dito. Che erano bellissimi, bianchi e rossi e neri, lo vedete anche voi. Vivienne Westwood e vellutino nero, calze e tulipani rossi.
Al comune di Tortona c’erano tutti, gli zii della Sicilia, i coinquilini di Milano, i compagni delle superiori e i compari delle notti, i batteristi e i compositori, le sorelle le cugine, le mamme luccicanti e le nonne commosse, i padri finto duri, le comari emozionate, gli storici parmensi, gli amici da Berlino, Londra e Parigi.
Alla festa c’era di tutto, cibo vino e allegria, vestiti dai colori puri (Magenta 100, ciano 100, giallo 100, nero 100, verde televisione), occhiali bicolori, gilet di pelliccia, ori siciliani, gonne a paralume, t-shirt, scarpe turchesi, bolerini vermiglio, minigonne e tacchi, completi riservati piemontesi, capigliature dal brizzolato al new punk, lacrime e grida agli sposi.
La Rekkia, Borisone, CarloCap, FantaLau, Memoletta, Zibi, Landre, Cruccu, Milton, Doktor, Manetta & Friend.
Il nostro tavolo sembrava una cena di quelle belle in Gluck col tavolo da 12 e gli amici cari, che tante ne abbiamo fatte insieme, però stavolta Alice stava con Sandro ad un altro tavolo e a volte smettevano di limonare in un angolo e venivano a trovarci.
Evidentemente scossi dal delirio emotivo e alcolico, adesso stanno riprendendo una specie di vita normale, cercando di far entrare nel monolocale dell’amore tutti i regali compreso un piccolo tender per remare romantici e buttare le cicche nel mare.

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domenica, gennaio 20, 2008

cose (belle) dell'altro mondo

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mercoledì, gennaio 02, 2008

and the winner is...

La selezione, come pensavo, è stata naturale. Dopo appuntamenti infiniti di visione della casa, penso di poter redarre una mappa antropologica delle bestie che girano a Milano, assatanate per la ricerca della casa e con la bava alla bocca e i soldi già in tasca, le lacrime.
"Ti prego prendi me, non ce la faccio più"
Io non sono molto rigida, e in cuor di mamma volevo dar asilo a tutti, ma poi ho pensato che magari la pianista col canarino potevo evitarla. E anche il batterista. E anche il cuoco cocainomane. E pure lo studente troppo giovane, la maestra troppo triste, l'infermiere pazzoide, l'ingeniere che dice che la mensola del bagno è sovradimensionata, la commessa che discute la disposizione dei pensili in cucina. E allora ha vinto lui: Burak, il programmatore turco.

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mercoledì, dicembre 19, 2007

MISS O MISTER PACINI 2008 parte I

per adesso siamo a 4

pianista assassina parmigiana: sguardo freddo, guanti di pelle, rigidissima, vuol venire col pianoforte e il canarino
maestrina pugliese: tenera, un po' libro cuore, innamorata da subito della casina, vuole fermarsi 2 anni
programmatore turco: simpatico, caffè e sigarette, viaggiatore, starà pochi mesi, tranquillo, simpatico
impiegato napoletano: continua a darmi appuntamenti per vedere la casa e non è mai passato

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martedì, dicembre 18, 2007

sono un disastro

Casa nuova (e due dall'apertura del blog) non prende forma. Non ho tempo.
Ho un trapano nuovo un lampadario bellissimo una libreria capiente: ma niente. Non ho tempo neanche per guardare le scatole che continuano ad ammonticchiarsi in zone diverse a seconda dell'umore. Hanno vita propria, un giorno parleranno e mi chiederanno l'affitto. La pianta del mio appartamento è l'esatta immagine della mia vita in questo momento. Disorganizzazione, impossibilità.
Lavo le tazze in un catino, lavo i piatti nella vasca. Questo mi costringe a pulizie chirurgiche e ho il bagno sempre nuovo e splendente. C'è chi ha il salotto buono, io farò cenette a due nella vasca. Devo chiedere a Doktor un stage per l'organizzazione del ripostiglio. Il letto è ancora a terra, come una zattera di salvezza agli orrori dell'universo, alle tragedie e alle malattie. Monsieur Zimbarò prepara pasticcini sotto il piumone. Esce di rado, di solito per fare il caffè. Ha i capelli a moquette e non sarà mai calvo. Ha un sacco di tatuaggi che tento di far scomparire. Fanta Marco a volte arriva nell'altra stanza e non gli ho comprato il pentolino per farsi il tè. Presto dovrò trovare un inquilino fisso per qualche mese almeno. Domani iniziano le audizioni per miss o mister Pacini 2008. Si spaventeranno per il delirio, e così avverrà selezione naturale: chi ha poco spirito d'immaginazione salterà giù dal balcone del 5° piano.
Luminoso, ascensore e portineria. L'anno nuovo arriverà. Ricostruire.

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giovedì, ottobre 11, 2007

L'amour est un oiseau rebelle

Ecco. Il qualcuno che invocavo nel post precedente si è materializzato, per la precisione sul balconcino dell'amica L.C.
Quando due persone si incontrano e si incantano e si incastrano si dovrebbe organizzare qualcosa. Del tipo: per la prima settimana lasciarli a letto sotto un piumone bianco senza farli uscire. La Repubblica Italiana dovrebbe predisporre un catering apposito di caffè, sigarette e cibo leggero da dispensare a richiesta.
La Regione potrebbe organizzare un ufficio di stagisti che sostituiscano le loro presenze nei rispettivi luoghi di lavoro. Un maggiordomo in livrea dovrebbe dirigere il tutto e capire quando è il caso e quando no, magari rispondere ai loro telefoni e dire: "La signora è impegnata in un viaggio nel Paese dei Grattini, le faremo sapere".
Penso che sì, bisognerebbe fare qualcosa, anche solo per quella settimana di grazia.
In questo modo le persone in questione potrebbero riprendere velocemente la padronanza dei loro tratti somatici e debellare il principio di una paralisi da sorriso prolungato.
Da una diecina giorni a questa parte ho delle occhiaie che mi sembrano persino affascinanti e le gote rosse come Heidi. Sono consapevole di essere disgustosa agli occhi dei più, abituati alla mia letargia e alla sindrome della melancolia da sottobosco autunnale.
Ma sono quasi dieci anni che non mi succedeva una cosa del genere, e in virtù di questo fatto me ne frego altamente. Ritorno appena posso, a tarda sera e dopo le mie solite giornatacce, sotto il piumone bianco ripetendomi: domani usciamo. Sì, domani. Frrr...

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giovedì, settembre 13, 2007

medioevo a niguarda

Mi sembra di essere finita nel Medioevo.
Vivo nei feudi degli amici ma aspetto un momento per iniziare un processo di organizzata industrializzazione.
La transizione tra i due stadi mi sembra eccessiva, se proprio lo devo dire. Non ho idea di come possa andare avanti la baracca, e allora continuo a disegnare come i miniaturisti chiusi in un convento, accompagnati dalla certezza che ci sarebbero stati dei posteri.
Resto zitta circondata dai miei incunamboli. Aspetto che qualcuno venga a bussarmi in testa dicendomi che è passato. Nel frattempo mi ricordo perfettamente di ogni momento passato da sveglia con T. e nonostante questa lucidità continuo a volergli bene. Sì sì, è proprio il Medioevo, e non vedo luci baluginare, laggiù. L’unica cosa certa è la mia Molesta Moleskine, che consulto in cerca di oracoli che in ogni caso non mi posso scrivere da sola. Svegliarsi e non sapere dove si sta dormendo senza essere commessi viaggiatori non va bene.
Dopo il primo caffè e la prima camel capisco che sono a casa dell'amica L.C. cuore d'oro che mi consola con l'amaro quando torno la sera. Il terrazzino guarda il quartiere Niguarda: mi piace molto, e anche i suoi abitanti. Le donne mi sembrano pratiche e simpatiche, gli uomini in genere sono alti, grandi, baffuti e tatuati. Donna Fugata mi consola. Medioevo, bianco fresco e matite.

giovedì, agosto 23, 2007

palermo 3 - riflessioni

Se vuoi conoscere il mondo devi essere totale. Devi fare cose estreme. Viaggi a perdifiato e collezioni timbri sui passaporti, impazzisci di aerei e treni e traghetti e navi e desideri il teletrasporto. Hai un campo base a Milano, Londra, Parigi, New York, Los Angeles, Shangai, Amsterdam, Pechino… Posti con aeroporti trafficatissimi e stazioni piene zeppe di treni. Oppure stai fermo nei posti mistici, ti guardi intorno e lasci che il mondo venga da te e che siano gli altri a passarti davanti. Palermo è uno di questi posti mistici e per sua natura ti attanaglia nelle spire dell’immobilismo. Ci sono cascata ancora. Perché, con i pochi giorni a disposizione, devo farmi le scarpinate e le corse a cercare di arrivare alle Eolie un giorno prima per poi partire il giorno dopo se posso bivaccare nell’orto botanico? Perché cercare gente nuova per forza se sono con La Banda dei Beoni e dei Mangioni di Milano a casa dei Saccardi a Palermo e stazioniamo parlando di mafia e di immondizia e di barocco su un divano rosso e Gianluchino ci guida nelle notti e nelle piazze? Perché cercare ancora sapori diversi in un posto mai visto se mi posso spaccare di ricci al baracchino della Kalsa? Perché cercare le nature lontane se posso stare su uno scoglio da sola per ore a guardare il nulla lontano o i polpi nei fondali di Capo Gallo? Perché la stigghiola la compri e fa schifo e poi la mangi e ti vien voglia di limonare tutto il mondo anche i cani? Non lo so.
Sta di fatto che appena arrivo a Palermo mi sento sempre a casa. Strano, molto strano, dato che sono cresciuta in Ridente-ameno-paesino-delle-prealpi-orobie.
Palermo sta al mondo come i ricci al mare: con una dose di calibrata astrazione e fantasia ne distilli il sapore essenziale.
Palermo è astratta.

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martedì, luglio 31, 2007

facile abbindolarmi - basta poco

Una volta qui dentro ho scritto di avere tante amicizie maschili. È vero. Però oggi ho fatto il trasloco: il camion l’ho caricato con Paurosella col mal di schiena e le vertigini e le crisi di panico. Nel pomeriggio mi darà una mano in auto l'amica Fanta, che ha mille lavori da fare e appuntamenti a destra e manca: ma un’ora l’hanno trovata.
I maschi tutti: abitano fuori provincia, sono già in vacanza, hanno l’ernia, sono al lavoro, mi hanno chiesto “sì, ho capito, ma di sera cosa fai?” e fanno finta di non vedere la mia faccia pietosa quando dico che devo traslocare. Perché io sì, ne ho fatte di facce pietose, a destra e a manca, stamattina anche con gli sconosciuti offrendo 10 euro per sollevare un tavolo. E anche perché a me, di quelle cose femministe tipo “faccio tutto io”, non me ne frega proprio niente. Mi piace farmi aiutare, mi piace farmi offrire le cene e si, adesso lo dico, mi piace anche che qualcuno mi apra la portiera dell’auto. Mi piace da morire che qualcuno pensi di doversi prendere cura di me anche se la maggior parte delle volte poi succede il contrario. Ma è una tensione a, un allungamento verso. E invece no. E poi mi sgridano, perché sono vestita come un marine e coi bei capelli che ho mi faccio sempre la coda e porto scarpe da trekking e oddio, sì, me l’hanno detto: tu non ti sai valorizzare. Ma come ce la porto la scrivania di sotto, coi tacchi e la minigonna? E che è? Un film di Russ Meyer? Non voglio diventare una di quelle pazze che continuano a pensare che gli uomini di qui e le donne di là e blablablabla. Perfavore...
Infatti, appena formulo questo pensiero, magia, è spuntato l’amico Frrr, l’amico più nuovo che ho.
E ha sollevato il tecnigrafo e si era portato pure i guantini con la gomma, due paia, uno anche per me. Qui ho pensato davvero che uno su mille allora esiste, e quel paio di guantini in più mi sono sembrati subito un mantello steso su una pozzanghera.
E vi ha salvati tutti, bastardi!

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martedì, luglio 24, 2007

focu di raggia

Dicevi ca
L’amuri miu è galera
Ora si ‘ncatinatu ‘nta sti ranni vaji
Non fu pi dinaru
Ne’ pi dispettu
Focu di raggia a lu pettu
Raggia

Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è?
Fossi fossi pirchì
Avi la vesti stritta
Ca ci avvampa, maliritta!

Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è
Fossi fossi pirchì
‘nte minni ventu furria
e ‘ntra li cosci mavaria

Pinsannu a tia
Passu li me jurnati
Sula dintra stu lettu abbruciu ju
Lu cori to’ è marturiatu
È ‘ntrubbulatu
Idda ti ferma lu ciatu
Raggia

Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è?
Fossi fossi pirchì
Avi la vesti stritta
Ca ci avvampa, maliritta!

Allura dimmi tu
Dimmi dimmi com’è
Fossi fossi pirchì
‘nte minni ventu furria
e ‘ntra li cosci mavaria

lunedì, luglio 23, 2007

life in boxes

7 anni fa ho preso in affitto la prima casa a Milano.
Di tutte le case in cui ho vissuto (anche solo per breve tempo) conservo la pianta e l’indirizzo postale preciso, da quella in cui sono nata a quella in cui vivo ora.
Tra poco potrò fare un libro di 200 pagine, probabilmente.
Solo dalla prima a Milano in poi:
Milano, via Cima
New York, Madison Avenue
Milano, via Rho
Salamanca, Avenida de Portugal
Milano, via Gluck
Milano, via Tellini
Milano, via Bronzino
1 anno fa ho iniziato questo blog con la settima casa nuova, e ora sto per traslocare nell’ottava. Tra l’abbandono della settima e l’ingresso nell’ottava passeranno però due mesi, e non chiedetemi perché, la vita a volte si inventa delle cose mostruose che neanche uno sceneggiatore pazzo potrebbe partorire.
Sono veramente stanca. Stanca di mettere la mia vita dentro scatole di cartone. Stanca che queste cose succedano a Milano nel periodo infuocato e maledetto tra fine luglio e inizio agosto. Cerco di fare le cose nel modo più ordinato possibile, mettendo una bella scritta su ogni scatola: scarpe inverno, libri arte piccolo formato, narrativa italiana, narrativa straniera, saggi arte, saggi fumetti, cucina e lingua straniera, attrezzi vari, manualistica, attrezzi cucina, rassegna stampa, progetti in corso, riviste arte, documenti, cartoleria, collanti, medium, matite colorate, elettricità e cavi, back up 2006-2007, barattoli, piumone + giacca nera, coltelli.
Avere tutto questo e molto altro in una stanza mi fa sempre impressione.
Smontare e trasportare il tecnigrafo è sempre un’impresa che mi fa capire che sì, sono ancora giovane e forte.
Alterno momenti di ordine e geometria chiudendo 10 scatole in 30 minuti a momenti di emotività sconnessa.
Ieri sera, infatti, sono arrivata al Pertugiodellalibreria, quello scomodo, dove metti solo cose che non guardi tutti i giorni .
Ho trovato la cartellina viola di plastica con l’elastico intitolata “LA CHIUSA”.
Lì c’è una bella fetta della vita pre-E-mail o not-only-E-mail. Ossia:
Lettere agli amici delle vacanze
Lettere di Paurosella dal kibbutz e da Londra o dal banco a fianco
Lettere di Elenia da Berlino
Lettere in italiano dolce e sconnesso di Cristina
Fumetti 4 mani (o due ani) con Mastropitbull
Lettere con l’indirizzo di NY o Salamanca
La cartolina Doktor-Paurosella-Borisoncione dalla Turchia coi sassi a forma di ciota mistica
Lettere d’amore ricevute
Lettere d’amore mai spedite
Lettere d’amore illustrate
Lettere d’amore di uno sconosciuto
Lettere del professore Guido Tona
E qui proprio ho iniziato a piangere.
Lo faccio sempre. Ad ogni trasloco.

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mercoledì, luglio 18, 2007

il bello di essere grandi

Avere degli amici che vedi una volta all’anno ma con cui hai già passato così tanto tempo che quando ci si vede si ricomincia come se fossero passati 5 minuti
Non essere ancora vecchi
Andare a mangiare la pizza a Dalmine
Non essere più piccoli
Mangiare la pizza a Dalmine con GGluigi come se non fossero passati 7 anni dalla prima volta, due figli e 7 viaggi, 7 chili e 7 rughe, 7 malattie e 7 traslochi
Telefonare alla Marisa e ridere dello spazio-tempo
Poter ridere sguaiatamente
Poter ridere nonostante l’età
Raccontare la vita alle sorelle minori
Bere Fernet Menta come se fosse acqua
Fregarsene
Capire che quello che si sa è anche un regalo delle persone a cui si vuole bene
Avere delle patologie insondabili e incurabili ma buffissime
Andare in piscina non solo per piacere ma anche perchè inizia a cadere il culo
Ascoltare Paranoid esaltandosi
Ascoltare The man who sold the world e piangere sapendo che la Marisa sta facendo lo stesso
Lavorare con gli orari che si vuole anche se alla fine si rasentano le 18 ore
Poter raccontare storie lunghissime che iniziano 15 anni prima
Sapere che tra 10 anni smetterò di fumare
Mangiare la pizza a Dalmine e bere il Fenet Menta col ghiaccio mentre GGluigi dice “Io c’ero” al concerto di A man from Utopia
Pensare che per questo godrei nell'avere 13 anni in più
Guardare gli amici che fanno i figli
Parlare con qualcuno di Bulgakov senza che ti sputi in un occhio
Bere 2 caffè di fila
Scrivere su un blog e ricordare che i diari li hai bruciati al fiume in un momento di benessere
Essere cinici con eleganza senza sembrare arrabbiati
Prendersi in giro e ridimensionare
Pensare di essere grandi ma comunque piccoli
Godere senza sensi di colpa cattovalligiani
Mangiarsi ancora le unghie
Mettersi i tacchi per poi finire al Parco Lambro e sentirsi ridicoli
Dire che la scamorza affumicata è una cosa fine

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sabato, luglio 07, 2007

sui giri della vita

La vita pare proprio si ripeta. Nonostante le mille evoluzioni gli uomini restano uomini. Certo, mi pare ci siano in giro un po' più di stronzi da qualche anno a questa parte, ma si sopravvive.
Quando ero piccola ero tediata dalle zie "vecchie" che avevano più o meno 30 anni. Non le sopportavo quando mi dicevano "che carina, quanto sei cresciuta, come stai bene con quel vestitino, ce l'hai il moroso, e pensare che eri piccola così...". Pensavo che sì, è ovvio, cresco, imparo delle cose. E mi sembrava che il problema fossero loro, che rimpiangevano la freschezza mentre io avrei solo avuto voglia di essere già una donna scafata e indipendente e avventurosa.
Sister4 ha compiuto i 18 anni, e io ero alla sua festa.
Un ragazzino coi capelli rossi la inseguiva, ma lei non gli dava corda. Lui allora si è messo a inseguirne un'altra. Anche questa l'ho già vista da qualche parte. Non so se prima o dopo, ma ho pensato (e forse detto) in ordine sparso queste cose:

ma io le cambiavo i pannolini!
è quasi alta come me!
ha un ragazzo!
le sono cresciute le tettine!
come le sta bene la gonna corta!
cazzo si trucca!
che carina!
mi sento una carampana...

Però una cosa è cambiata: io mi struggevo letteralmente per i Nirvana (e non per i balli latino americani), avevo delle camice a quadri (magari con sotto niente, ma MAI un top aderente), volevo bere birra (e non ginger e gazzosa), volevo fumare (non giocare a pallavolo).

Una cosa è certa: forse ci aspetta una nuova generazione più sana. Se io adesso ho 30 anni e ne dimostro 28, loro a 30 ne dimostreranno comunque 18. Oppure sembrano trentenni adesso?

Aspetterò la boa dei prossimi 12 anni e vi dirò.

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venerdì, giugno 29, 2007

chissà

Insomma non si può scrivere un post al mese. In mezzo c’è stato John Foxx e come sentirsi giovani a un concerto, gli Arctic Monkeys e come sentirsi vecchi a un concerto, Madrid, Estudio Fam e gli amici spagnoli, miss Duran Recuna che ha le tette ancora più grandi ed è sempre più buona, i Blonde Redhead, il compleanno Fantacuzzi, l’asta da Christie’s, il progetto con Aldo Nove, la strage del Magnolia e la vita continua per fortuna ed è proprio bella ma i macigni non vanno via se te li porta uno a cui si vuole bene, la galleria di Cannes e un pontile a Canneto, è morto Luciano Fabro e i giornali continuano a fare i paginoni su Corona, un bosco in caserma, la mia amica Doktor tra un po’ ammazza qualcuno, la mia piccola sorella ha compiuto 18 anni, Mastropitbull se ne va a NY, Paurosella mi fa sempre venire da piangere di cuore grosso, lo studio Plum è stato chiamato su La Repubblica una volta Pulp e una volta Pulm, chissà se compreremo i diritti di una conversazione tra Warhol e Capote, le e-mail di leccaculismo col nome sbagliato, la casa che non si trova e tra un mese suonerò a qualcuno di voi con un valigino pieno di cazzate. E le vacanze mi sa che saltano. Stasera vado a sentire i DEVO ma giuro che domani ricomincio a disegnare. Quando sto in clausura non succede niente. Oh che casino. La vita o si vive o si scrive. Chi l’ha detto per primo?

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sabato, maggio 12, 2007

a volte mi sveglio ma resto in stand-by

La zanzara rimane alla fine spiaccicata sul gommino rosa in cima ad un lapis.
La matrice di un biglietto del cinema fa capolino dalle pagine di un libro tascabile.
Il posacenere è vuoto ma la cenere è riuscita a riempire tutte le mondanature del cristallo che una volta, lasciato sotto la finestra, mandava in giro lampi di arcobaleno.
Le tapparelle sono abbassate, ma non troppo, la luce entra dai buchini e c’è fresco.
Un’impronta di piede nudo si riconosce nel sottile strato di polvere del pavimento.
Il set di puntali Bosch regge l’abat-jour rosso pallido.
Le piante di peperoncino hanno iniziato a buttare i primi fiori bianchi.
Un biglietto del treno giace svenuto sotto una scarpa.
Due tazzine con due fondi di caffè che non promettono alcun futuro sanno di essere state dimenticate.
Una sciarpa è stesa ad asciugare sul calorifero da quando, mesi fa, il riscaldamento era in funzione.
La lampadina pende triste dal soffitto e non ho ancora comprato un lampadario.
Le due ante dell’armadio non si chiudono bene.
Il martello nuovo ha una scritta che ne indica il peso: 400 grammi.
Il tavolo da disegno ha provato tutte le pendenze possibili ed ora mi guarda sicuro in tutti i suoi 25 gradi.
La pinza che non trovavo più occhieggia dal cassetto della biancheria.
I quadri dei miei amici non li ho ancora appesi, ma sono consultabili sopra la libreria.
Le due infradito sono lontane quanto due pugili agli angoli del ring.
Le altre scarpe sono appese ai chiodi dietro la porta.
Quante cose si vedono il sabato mattina da sotto le coperte, prima ancora di mettersi seduti.

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mercoledì, maggio 09, 2007

ilbarbettadimerda

Abbiamo finalmente inaugurato la mostra-minestrone che mi ha tenuto in dubbio fino all’ultimo: ho fatto una cazzata grossa o un bel lavoro?
La risposta non è ancora arrivata: in queste cose, sollevato il dubbio, raramente discende a terra. Mentre rifletto ripenso alla serata.
Inaugurazione con tutti i crismi compreso taglio del nastro, visita totale delle 52 stanze accompagnata dalla gallerista del mio cuore, scambi di numeri di telefono e chiaccherate coi colleghi, discreto prosecchino tra un piano e l’altro. Poi la cena.
Io stavo già per scappare, per timidezza o semplicemente voglia di un dopo-bolgia tranquillo, magari col fritto dell’egiziano, in bella compagnia. Adduco scuse ma si vede e vengo tacciata di orsite, almeno alle tue mostre!
E va ben. La bella compagnia si sposta verso il ristorante che poi scopro essere un concept-store (brutto nome che sta bene giusto alle puttanate). All’ingresso veniamo “accolti” dal buttafuori (d’ora in poi Ilbarbetttadimerda) che in quanto butta-fuori non è molto in grado di accogliere. Paghiamo PRIMA di entrare in sala (veramente signorile), ci sediamo su orribili sedie di design (probabilmente fatte dagli studenti dell’asilo di Mariano Comense) e ci vengono serviti nell’ordine:
quadratino di lasagna vegetariana 6x6 cm
3 fette trasparenti di carne acquosa con tortino di carciofi surgelati diametro 4 cm
fetta di torta gonfiata a margarina 5x4 cm
caffè al banco mentre sparecchiano.
Tutto freddo. Mentre ci diciamo che con quello che abbiamo pagato ci porteranno da bere, scopriamo che oltre alle 2 bottiglie permesse al nostro tavolo da 8 persone, bisogna pagare le altre.
Ovviamente, tra una portata e l’altra usciamo a fumare. Ilbarbetttadimerda ci ritira un gettone (quelli che l’avevano dimenticato al tavolo devono ripercorrere i 500 metri dall’uscita alla sala) e ci fa un timbro sulla mano. Siamo in discoteca? Qualcuno gli fa notare che usciamo solo dalla porta per poi rientrare da lì, che a Como alle 11 di sera sulla tangenziale non c’è la fila per entrare di straforo nel concept-store di minchia, e poi: anche se qualcuno entrasse, cosa potrebbe fare? Cibo non ce n’è, vino neppure.
Ilbarbetttadimerda risponde a monosillabi che senza gettone non può fare uscire, e se esci, senza timbro non rientri. Noi sbuffiamo, stiamo per innervosirci e soprattutto abbiamo fame. Sediamo il tutto con un bis di sizzini e parliamo incazzati sotto l’occhio vigile di Ilbarbetttadimerda che non ci molla. Decidiamo di rientrare. Ilbarbetttadimerda ci chiede se abbiamo il timbro. Noi la buttiamo sul ridere, facciamo delle citazioni tipo “Quanti siete? Cosa portate? Da dove venite?”, passiamo la soglia e ridiamo. Ilbarbetttadimerda dice di non scherzare che altrimenti chiama la sicurezza. Dentro la festa sta per iniziare, si odono le prime note di musica di merda e Ilbarbetttadimerda ondeggia e riprende il sorriso.
Chissà le sorti dell’arte che si decidono dentro, chissà che discorsi impegnati e che occasioni sprecate. Mostriamo il timbro, entriamo. La musica fa veramente schifo, e quindi in sintonia con il luogo. I colleghi e datori di lavoro ballano e si scosciano. Mostriamo il timbro e usciamo. Questo per un paio di volte, finchè esausti decidiamo di andare a prendere le borse e scappare. Riusciamo a superare ancora una volta Ilbarbetttadimerda e, dato che alla richiesta del timbro, esausti, non lo guardiamo neanche più in faccia, Ilbarbetttadimerda ci apostrofa con un “E almeno un sorriso, mi raccomando!”. Diventiamo viola, ci fumano le orecchie, facciamo progetti di furto e scasso alla casa di Ilbarbetttadimerda, torniamo all’uscita e questa volta per l’ultima volta, che poi si iniziano a lanciare sassi. Ilbarbetttadimerda ci dice “Uè, ciao, eh!”. Poi sottovoce ad un suo amico: “Certo che gli artisti sono proprio maleducati”. Noi ci giriamo. Siamo in sei. Abbiamo gli occhi di fuori dalla fame e dal nervoso. E allora ci scappa: “MA VAFFANCULO!” e giù a correre in macchina e scappare via dal concept-store, da Ilbarbetttadimerda e il suo auricolare, mentre dentro di noi sognamo un macello, con tante piastrelline bianche, interno giorno con neon, Ilbarbetttadimerda appeso a un gancio che urla come un maiale, noi che tagliamo dalla sua panza tante belle bistecchine, la macchina delle salsicce che cigola, piano sequenza con la faccia di Ilbarbetttadimerda morente e ognuno di noi, sazio finalmente.

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giovedì, aprile 19, 2007

la nuda verità

Ho sempre frequentato molti esseri di sesso maschile: ho studiato all'istituto per geometri, ho lavorato nei bar e nelle cucine, ho allestito fiere insieme a squadre intere di elettricisti e carpentieri, adoro le ferramenta e bazzico in atmosfere piuttosto cameratesche.
Ma la quintessenza dell'anima di tanti uomini mi è stata spiegata dal nipotino di 5 anni, in questa breve ma intensa comunicazione telefonica:

IO: Spero di poter venire presto a trovarti. Mi manchi tanto e ti penso sempre.

LUI: Lo so.

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martedì, aprile 03, 2007

post della malinconia

Quest’anno sono invecchiata molto. Da cosa si capisce? Non da quei tre capelli bianchi che fanno capolino dalla scriminatura, ma dal fatto che una sbornia dura tre giorni.
Hai vent’anni, fai le tue cazzate, studi, lavori, ti innamori, ti arrabbi, viaggi. Poi un giorno ti svegli, ne hai trenta, e non puoi tornare indietro. Probabilmente rifarei tutto, magari in ordine sparso, ma questo senso unico mi sembra una brutta bestia.
In questo istante sto provando un’incredibile empatia per quella mosca che continua a sbattere contro il vetro della finestra: tutte e due continuiamo a non capire che c’è qualcosa tra noi e la realtà.
Sono nel terzo giorno della sbornia, appunto. Dopo notti di euforia e passione panteistica verso la musica, gli amici, l’arte e la dedizione, la pelle e i capelli rossi, mi sveglio e penso di essermi accompagnata troppo spesso a uomini che pensano non ci siano donne poco affascinanti ma solo bicchieri di wodka troppo piccoli.
Questo è il post della malinconia di quando tutto era nuovo e fragrante.

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lunedì, marzo 19, 2007

sproloqui e pastis

Questa mattina mi sono svegliata presto per prendere un treno e tornare a Milano.
C’era così tanta nebbia che mi sembrava di essere finita dentro un bicchiere di Pastis.
Oggi pioggia molesta, ma va bene, che poco freddo ci ha portato questo inverno, grazie all’effetto serra stimolato dall’abuso di lacca per capelli negli anni ’80.
Avevo anche la malinconia da Pastis, di quei pomeriggi caldi caldi e di un baretto con i tavoli all’aperto all’ombra di un alberello in un giardino improvvisato.
Questa notte s’è fatto un po’ tardi, ma ho imparato a giocare a poker. E allora, dato che troppi film mi faccio in testa la sera prima di addormentarmi, ho pensato che sarebbe bello rifare il viaggio de “La musica del caso”, ma dovrei fidanzarmi con un giocatore di poker professionista e fumare tante sigarette e dipingermi le unghie di rosso e costruire una città in miniatura o un muro in un prato. Mi sono svegliata con l’ormai abituale sensazione di vivere in un momento sbagliato e in un luogo che non mi è congeniale. Addirittura mi sembrava di essere più alta e che il mio corpo occupasse uno spazio sproporzionato rispetto a ieri. Dopo un paio di fermate del treno ho pensato di avere 30 anni davvero, e che il compleanno è passato ormai da un mese e non me ne sono resa conto. Mi accorgo sempre troppo tardi di quello che accade e il più delle volte riesco a far finta di niente. Mi fa impressione vedere le cose da fuori, e le poche volte che mi capita di essere lucida, lo sono davvero, in modo chirurgico. Arrivo in stazione, lavoro in studio un paio d’ore. Poi penso che me ne frego dei 30 anni, che non importa se piove.
Vado in un baretto a Brera, fingo un anniversario, fumo sigarette, prometto di non mangiarmi più le unghie e bevo un Pastis.

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giovedì, marzo 08, 2007

primavera è un phon

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domenica, febbraio 18, 2007

una giornata qualsiasi

Marco è agitato, sta finendo i quadri. Non sa più come e se fermarsi. Il catalogo langue. So che saranno corse a perdifiato. Andrea Mastrovito è sul lato vetrato dello studio. Sta ritagliando quintali di carta, l’opera finale sarà di 10 metri alta 2.5, tutto montato in enormi scatole di plexiglass che verranno retroilluminate.
Marco cerca di dividere i suo quadri per la mostra in ONU, WALL STREET, RW&A, ma anche nelle sottocategorie FINITI, DA FINIRE, FOTOGRAFATI, IN CATALOGO. Alla fine li ha spostati tutti, e lo studio è cambiato completamente così come cambia la luce ad una latitudine diversa. Io mi affretto a misurare gli ultimi, alcuni li ha fatti fare con le misure in pollici, e quindi in centimetri non fanno cifra tonda. Poi torno al tavolo a finire di disegnare una carta da lucido che ho in sospeso da tempo. C’è un tale casino qui, che quasi non riesco più a lavorare in luoghi puliti, ordinati e silenziosi. La gatta Tinta passeggia sul mio disegno. La cosa bella delle zampe dei gatti è che sono sempre pulite. Al massimo hanno un po’ di polvere sui cuscinetti che si può levare con una passata di gomma. Andrea invece è allergico al pelo, continua a starnutire e stanotte dormirà da me. Io non riuscirò, so che russerà un sacco, ma spero mi regali un romantico paio di tappi per le orecchie.
Adesso sta per uscire, ha finito la colla, Marco gli urla di comprargli anche il bianco assoluto, già che c’è.
“Va bene. Quanto costa?”
“Non lo so. Ma ti do 50 euro e me ne devi riportare almeno 40.”
Squilla il telefono. Uff. sbuffiamo sempre quando suona il telefono.
È il signor ceramista, vuole che Marco vada a controllare la prima cottura della scultura. Nel frattempo suona anche il telefono di Andrea, lo cercano per un’intervista, e il mio, vogliono farmi fare una mostra a San Pellegrino Terme. Poi riattacca una suoneria con motivetto da stadio, è di Andrea, chiacchiera con la fidanzata un po’ sottovoce.
Iniziano a bussare alla porta, e a tutti viene una specie di crisi isterica: “Ma come si fa a lavorare così?”
Andrea esce alla ricerca della colla perfetta e del bianco assoluto. Io metto un caffè e mi fumo una sigaretta, fingendo una batteria scarica e si ritorna a lavorare tranquilli, mentre il fotografo Paolo, quello che bussava, entra e inizia a scaricare tutto il suo armamentario e sono baci e abbracci e chiacchiere piacevoli.
“Tu sei sempre quello che finisce i quadri mentre li fotografo!”
“Come ti sembrano?”
Nel frattempo ha già scattato una decina di volte, la sua velocità è impressionante.
Gli Smog tubano nelle casse.
PLIN
È arrivata una e-mail.

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giovedì, gennaio 25, 2007

gli ibernati e una sera da femmina

Dopo settimane di lavoro pressante e di orari incredibili al computer e al tecnigrafo (... la notte ha ormai girato quell'impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino... Jay McInerney, Le mille luci di New York) e di stress da soldi incredibile ( ti pago domani, ma forse settimana prossima ma forse ancora no, mft, Gli ultimi 40 giorni)sono riuscita a mettermi in tasca una manciata d' euro e dimenticarmi tutto.
Prima tappa libreria, e ho inizato subito a sgodazzare, che ho trovato Fitzcarraldo nei reminders, ed ero felice proprio. Fitzcarraldo mi ricorda sempre l'amica Flo, baluardo degli sbattimenti incommensurabili da quando ha trascinato una lavatrice giù dalle scale.
Seconda tappa: invito a cena dell'amica L.C. Ho fatto la smargiassa e stavolta ho offerto io. Con lei si inizia sempre con discorsi superculturali, essendo lei anche la curatrice delle mie prolisseidi disegnative. Verso metà birra siamo già al pettegolezzo spinto e si arriva all'amaro parlando di maschi in modo molto romantico ma anche no.
Dopo il secondo Fernet invece, iniziamo a tirare a riva tutta la serata, coagulando le ore di chiacchericcio in inestimabili teorie, sicure di essere portatrici sane di verità ineffabili. Ieri sera è stata la volta della teoria dei maschi ibernati, mossa dal racconto di una telefonata di un vecchio amore, che non si spiegava perchè lavorassi tutti i giorni e pensava che non avessi ancora dato la tesi, dato che quando ci siamo visti 3 anni fa, la stavo per consegnare.
Sosteniamo che le femmine, alla fine, sono capaci di mandar giù, riescono a convertire in energia pulita anche le magagne più feroci, riescono ad astrarre le personalità dai contesti e notano le evoluzioni e i cambiamenti degli esseri umani a loro vicini.
I maschi, invece, si fermano al momento in cui hanno preso coscienza. Nel senso: ti hanno conosciuto in un modo? Ma come, sono passati solo dieci anni e hai già cambiato idea? Quando ti ho conosciuta non eri così. E' ovvio. Quando mi hai conosciuta ero anche alta 10 cm in meno. Ma come? Adesso lavori al computer? Certo, al bar dove ti portavo le birre non ne avevo bisogno. Non posso passare in quella via, lo sai che ci abita quella ragazza che mi ha lasciato 6 anni fa. Da qui "ibernati".
Si rideva tantissimo e alla fine ho pensato che la leggerezza fa bene, che ogni tanto bisogna fare il back up del passato e conservare, ma non davanti al naso tutti i giorni. Poi l'11 è passato e continueremo un'altra volta.

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giovedì, gennaio 04, 2007

molesta moleskine - 1 gennaio

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martedì, gennaio 02, 2007

natalenatale

Era già nei miei progetti, e in qualche modo devo accontentare Cilla, visto che i miei pranzetti stanno languendo nel disastro economico. Giù a fare i tortini salati del riciclo mentre sogno i tempi del polpo con patate e fagiolini. Male che va ho una scorta semestrale di bottarga, la povertà con classe.
La settimana precedente alle vacanze è stata una sfilza di cene milanesi e si è abbattuta su di noi, perché poi per un po’ non ci si vede. Sì, ma gli amici cari e i loro affiliati non sono infiniti, quindi si è giocato a tetris incastrando 30 persone a 10 alla volta in ordine sparso nelle 4 case madri. Poi tanti baci e tanti saluti, oggi è il 2 e siam di nuovo qui, a tentare la cena di ritrovo. E i racconti delle famiglie (iniziati in realtà molto prima con la storia delle sorelle Chiappara, inquietanti zitelle sicule che hanno minato il tempo infantile dell’amico Fabrizio) ci seguiranno fino a febbraio.
Natale è passato e ho fatto tutto quello che si doveva fare.
Ho mangiato, andata in emo-core con mamma zie e sorelle, litigato col babbo, tutto come previsto, tranne un tocco di cinismo da parte mia. A fine pranzo (dopo l'emozione, la litigata, la pace, il dolce), ho detto scherzando che sembriamo la famiglia Addams, Mutter c'è rimasta un po' male ma io, davvero, stavo scoppiando. Per fortuna Sister4 si è messa a suonare al pianoforte la canzone della sigla, e Sister3 schioccava le dita a tempo. Nessuno sapeva il testo, ma ci siamo messi tutti a ridere. La cucina nostra è veramente zeppa di grassi, e ad ogni invitato è toccato, in varie forme e gradi di compostezza, il suo decimetro cubo di burro e il suo etto di colesterolo già pronto. Comunque penso che mangiare sia una delle cose più belle del mondo, e mangiare con tanta gente lo sia ancora di più. Cucinare per 20 implica un amore e un progetto che non tutti possono sostenere.
Ma dopo tutto, mi è parsa logica la passeggiata, se non fosse che poi ci ho preso un po’ la mano, e sono finita a scaprettare in mezzo alla neve. Contando che gli impianti sciistici stanno piangendo miseria quest’anno, posso dire che ero un bel po’ in alto, dato che la neve, a un certo punto, mi arrivava a mezza gamba. Pensavo e sognavo i miei pantaloni antivento e gli scarponi (lasciati miseramente a indurirsi nell’armadio a Milano) mentre con le Nike piatte e le braghe di tela arrancavo gli speroni di roccia e scivolavo di culo sull’orlo dei burroni. Perché in costa si gode meglio del panorama, di qua e di là. Folle di freddo in faccia e piedoni gelati, da tergo mi colse il
fantasma di Caspar David Friedrich e mi son messa a piangere, ma si gelavano le lacrime e pizzicavano di fronte a tanto bianco e freddo e purezza tutte lì davanti, fin dove si poteva vedere, fino all’inizio dell’Appennino e Milano da una parte, e alle Grandi Alpi dall’altra.
Totalmente sopraffatta dalle cose ovvie e grandi e indiscutibili e immanenti quali la natura e la bellezza, mi sono resa conto di quanto sian poca cosa le mie attuali abitudini e occupazioni, memore del fatto che tutta quella grandiosità era, fino ai 20 anni, la mia quotidianità. Anzi, ne facevo parte. In mezzo al bellissimo rumore della neve (che se ascolti bene puoi capire quanto è spessa) e un tramonto a 180 gradi da non riuscire a respirare, ho fatto grandi progetti per l’anno che arriva e un po’ di vaffanculo ai problemi che in realtà non lo sono. E poi il ritorno con Sister3 e abbiamo urlato un casino giù per i tornanti, che la sensazione di gridare tanto non ti sente nessuno è bellissima e catartica, anche se ha fatto tornare a galla una paranoia che mi ero dimenticata dall’adolescenza: e se parte la slavina?
Comunque a febbraio son 30 e pensieri folli se ne fanno sempre.

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lunedì, dicembre 04, 2006

rope on fire

La colonia elioterapica di Brembate è un posto strano. È una dimensione parallela dello spazio sconosciuta ai più e dimenticata da quelli che, per età, non fanno più uso smodato di camporelle, anche se ogni tanto fanno bene a tutti, e anche alla pelle.
I Lexotango sono un gruppo strano. Attrattori di folle dalle disparate provenienze e futuri composti, hanno riunificato il passato remoto in un tempo in levare che ci ha sedotti di nuovo: che abbiano inventato la macchina del tempo?
Io ero completamente stralunata, avete presente un dejà vu di quattro ore? È una cosa che può mandare fuori di testa e può far venire voglia di farsi accompagnare a casa da un vecchio fidanzato, mettere una maglietta a righe e ricominciare tutto da capo.
Oppure, nel caso le bolle spazio-temporali in cui si può fare quello che si vuole non esistano, la mattina dopo, può provocare benessere diffuso, riapertura dei pollini in disuso da tempo, e la coscienza che sì, la giovinezza è trascorsa in modo felice e sincero e con grande energia e la racconterò.
I Lexotango sono la corda del cerchio di fuoco degli affetti, che a volte si forma tra due punti a caso nella circonferenza dei piani di ognuno di noi.
E poi mi viene da piangere, guardo fuori dalla finestra, mi accendo una sigaretta.

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martedì, novembre 14, 2006

tornare da un tornado e guarire

Quando esci dal tornado ti prendi due giorni sabbatici e puoi fare quello che vuoi. Allora ho assecondato con cura la meritata nullafacenza. Mi sono rotolata a salsicciotto nel copripiumone nuovo fino alle 11, ho aperto il frigorifero e ho trovato un limone secco che mi ha detto "ciao" e l'ho richiuso dentro. Sono andata al mercato e ho comprato del tonno bellissimo e l'ho mangiato crudo a letto. Ho messo i Morphine e mi sono riaddormentata e ho fatto dei sogni bellissimi che erano morbidi come un pavimento di gommapiuma. Al risveglio pomeridiano ho fumato due camel e fatto un caffè. Per consacrare definitivamente questo giorno di riposo ho fatto una cosa inutile data la stagione e la mia poca dedizione all'estetica: ho dipinto meticolosamente le 10 unghie dei piedi in rosso con decorazioni gialle e nere motivo ape. Ho letto un Dylan Dog bevendo Moretti. Quando ho deciso che potevo uscire dal guscio son passata dalla cartoleria-legatoria di via Donatello, e dopo aver fatto incetta di odori di carta e colla, ho comprato un quaderno per i miei progetti nuovi che non inizierò prima di dopodomani.
Un po' di tempo fa avrei avuto un fondino di senso di colpa bergamasco, oggi penso solo a cosa non fare domani. Penso di essere guarita.

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giovedì, ottobre 12, 2006

mostre e mostri

Quando ero piccola andavo nelle gallerie del canale svuotato in bicicletta e giocavamo a "arriva la piena", mentre alcuni parenti lavoravano alla costruzione delle gallerie in Svizzera. Poi hanno bucato la valle con tante gallerie, anni e anni di lavori alla Fitz Carraldo. Mi sono trasferita a Milano e mentre di notte spillavo birre al Tunnel di giorno mi hanno presa a fare l'aiutante di galleria d'arte. Adesso c'è una mostra in una galleria e non ho ancora capito perchè si chiamano gallerie, e i lavori in corso sono stati un po' un casino e ho perso 5 chili e mi sono venuti i muscoli. E io che pensavo fosse una cosa intellettuale, ho trovato giorni dopo i plexiglass pieni di polvere che in galleria non hanno tempo e li ho puliti con lo straccetto antistatico. Ho chiesto se dovevo dare una passata anche allo specchio del bagno ma non è stato colto il lato concettuale della mia operazione. Adesso staranno pieni di polvere e già vecchi dopo che li ho pensati fino a dicembre, ma fa niente.
Già già. Adesso lo dico. E' stato bello, bellissimo, che a un certo punto mi veniva da impazzire coome quando non sai se puoi reggere, c'erano gli amici da San Pellegrino e da Rotterdam, da Milano i cari quotidiani, da Seriate e da Palermo. Pure le Biotassine e la curatrice delle mie influenze che scrive e non si ferma più. Regali come fiori e cioccolatini e libri con dedica fanno piangere proprio tanto, e anche le sigarette nascosta sotto i ponteggi del cortile. Una bella festa di compleanno, per dire.
L'anziana Mutter pazza di Strega pazza stava sotto le sculture appese al soffitto e diceva che sì, questo è bello, ma la vita è fatta di tragedie. Beh, dato che i giorni prima dell'installazione si aggirava con un chitarrino e cantava, non mi stupisco più. Secondo me mi ha fatto il malocchio nel frattempo ma scommetto che gli amici caldi mi hanno già scongiurata.
Che bello sarebbe sempre così. Avevo un caldo tipo giacca a vento in estate. Che bello. Catatonia di ottobre.

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lunedì, settembre 25, 2006

puff pant

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venerdì, agosto 18, 2006

menù 17.08.2006

Impepata di cozze
Bruschette pomodoro fresco
Sfoglie con crema di tonno
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Melanzane alla griglia
Insalatina riccia
Orate al forno con menta
Patate prezzemolate
Sugo di pomodoro
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Macedonia
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Pasticcini + champagne!
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Caffè a Brera
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Gita al Duomo

Ieri sera cena con un pezzo di famiglia. In otto col tavolo aperto nella saletta 3x2 di Via Bronzino. Una sedia portata dagli ospiti in multipla from Brembania.
Presenza richiesta alle ore 19.00. Arrivo alle ore 17.30. Maschi spediti a comprare l'acqua. Ragazzine spedite in giro d'esplorazione del quartiere. Io, Mummy e Tante zizzini e sfregamenti di cozze e risate a stanare i decibel nascosti nei nostri polmoni. A parlare dei nostri maschi e dei loro figli. I vicini si lamentano.
Sono belle queste storie ataviche delle femmine in cucina che ciarlano, anche se per me è una cosa ancora un po' esotica. Succede senza che te ne accorgi. Arriva un momento della tua vita in cui Mummy e Tante iniziano i discorsi con "Ormai sei grande, adesso te lo posso dire..." E si arriva ai segreti di stato intestini, che di solito comprendono un modo migliore per smacchiare i divani (che non ho),agli aborti nel 1943, perchè una delle Tante non presenti non si sia mai sposata, perchè Oncle faccia ancora figli con altra Tante nonostante l'età, addirittura che Zweiter Vetter non è in Russia a lavorare ma è "scomparso per quella merda di droga" e che altra Tante, così riservata, alla fine aveva amanti in riviera e una collezione di intimo in pizzo e ricami e gioielli da far impallidire la sposa di un petroliere. Mi da l'illusione che per un paio d'ore, quando voglio, posso credere di appartenere a un mondo normale e pulito composto da affetti di sangue. Ma poi tutto si smaterializza. Father urla a tavola e dice che l'ultima volta che ha mangiato l'orata era in viaggio di nozze, e scopre solo ieri sera che le cozze le compri vive (guarda nella bacinella col ghiaccio e sente dei rumori, una fa un piccolo schizzo d'acqua tipo pisciatina di neonato). Quindi aggiunge che adesso mangia solo pesce perchè ha dei problemi con lo zucchero nel sangue. Qualcosa non mi torna. Mi chiedo se da quando me ne sono andata di casa mangi bastoncini del capitano. Poi mi rammento delle trote nazionali in Brembania, e mi dico che va bene lo stesso, come sono diventata spocchiosa. Tante mi chiede un tiro di sigaretta, aspira e mi dice "Che buona, sai che sono sette anni che non fumo?" Mi riprendo celere il sizzino e finisco il vino prima che succeda qualcosa di irreparabile. Poi tutti fuori, in metropolitana, che mi sembra un film strano vedere la mia piccola e magra Mummy sul vagone fracassone e anche lei non capisce bene cosa ci fa lì, ha gli occhi stralunati, la testa da un'altra parte, ma poi mi guarda, ritorna con noi e mi sorride. Come vorrei che la mia semplice presenza la riporti a terra un po' più spesso. Mi sa che la devo rapire io prima che lo facciano gli alieni.

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venerdì, agosto 11, 2006

gluck si moltiplica come i gremlins?

Casa Gluck, ormai disabitata dagli abitanti fervidi, ma sempre casa nei nostri cuori, annuncia il lieto evento: è nato Nino. Il primo figlio dei figli di Gluck. Che roba. Questa notte arriva un sms del Landre. Sono stonata. Abbiamo vissuto insieme un sacco di tempo, dividendoci le merende e le rogne, un capitolo grosso delle nostre vite è stato scritto mentre eravamo insieme, come un surrogato un po’ strambo di una famiglia allargata, di cui facevano parte anche le nostre mamme vere, almeno nei racconti e nelle autoanalisi psicomagiche all’ora del gin tonic. Si sono costruiti sgangherati soppalchi e solide amicizie. Si cuoceva il pesce al vapore e si stiravano pizzoccheri. Si sono abbattuti muri e posato piastrelle. Abbiamo fatto mostre e generato mostri. Ci hanno rubato tutto. Si faceva la doccia mentre qualcuno si lavava i denti. Si girava in mutande mentre si scrivevano tesi. C’era un divano per le coccole e uno per la stanchezza. Abbiamo sconfitto insetti ma non un topo. Ci siamo letti i libri e ci siamo letti dentro. È nato l’amore del secolo.
Noi tutti -scommetto- adesso stiamo facendo i conti con i nostri dati anagrafici, calcolando le possibilità remote di avere anche noi un figlio, e cercando di capire alcuni perché a cui, ormai, non servono risposte.
Nino, infatti, se ne fotte: è lì che succhia da Elettrica e Landre ride.

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domenica, agosto 06, 2006

venere privata e musichine

Il gazebo-tenda dove hanno messo il palco è nell'incrocio topografico perfetto affinchè Venere compaia sulla sua punta non appena i musicanti attaccano la prima.
Bello bello.
"Mai mai mai" è bellissima e proseguimento perfetto delle vicende di Gino e Pina, pugno nello stomaco le prove del suono con "L'uomo che amava mangiare da solo"... Insomma, loro sono proprio bravissimi e sono in tanti e suonano come una foresta tropicale. Qualcuno li ha definiti "lussuosi" io direi "lussureggianti".
Vale aveva una cravatta bellissima.
Ma tutto era partito da un campanello suonato mezz'ora prima causa travisamento mail che mi ha permesso di fiondarmi dopo due anni nella bella casa ordinata e accessoriata maniacal-chic di Gas. Veramente fuori luogo. Fuori tempo. Kebab. Tutto quello che ho detto o fatto è stato all'insegna dell'imbarazzo. Sono diventata sociopatica?
No, solo che ho fatto l'effetto di un meteorite, scagliato in mezzo a un mondo parallelo, con tutto il mio bel bagaglio di scorie radioattive di ricordi, sorelle troppo cresciute, datore di lavoro di 8 anni fa. Non voglio tornare indietro, sto andando di corsa avanti, ma mi dispiacerebbe perdere dei pezzi cari.
Forse non è il caso, che i pezzi cari ne hanno altri, e non si può avere tutto. Mi rendo conto che per qualcuno il passato è da tenere stretto e prezioso, per altri è da seppellire o al massimo da conviverci con educazione.
Comunque il meteorite e tutte le scorie si sono rivelati felici della serata, conclusasi all'urlo di "petting petting" e "siattol siattol", che a me e Gas ha fatto venire in mente "braxell", un capitolo del mondo parallelo di cui prima.
Spero in un concerto anche a Milano, potrebbero riempire un bel po'. Mi dispiace non lavorare più al Tunnel, che l'hanno venduto e ora ci fanno salsa e merengue, perchè ci sarebbero stati bene, magari coi Gotan project o i Montefiori a far loro da gruppo spalla! Nel caso, però, mi presenterò in incognito con una parrucca, occhiali e foulard.

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lunedì, luglio 31, 2006

le politiche dell'arte son fregnaccia

Esco or ora da due giorni di sollazzo: tutto il giorno a lavorare ai miei disegni, la sera con gli amici, la notte con due libri. Son proprio incazzata perchè mi chiedo troppe cose. Primo: questi due giorni rappresentano la vita che vorrei fare, e l'unica che riesco a immaginare per 40 anni, ma proprio l'unica. No, non voglio fare la mantenuta, neppure la principessa o la ballerina, neanche l'ereditiera. Voglio disegnare. Voglio tirare in piedi mille mostre e campare di questo. Secondo: perchè devo aspettare le ferie per fare la vita che voglio? Perchè non se ne esce mai? Perchè va tutto in vacca? Allora penso ai finanziamenti dell'arte, e mi ricordo che M. diceva che la nuova amministrazione di Milano ha tolto dal ministero "sport e giovani" la parola "giovani" sostituendola con "tempo libero". Perchè? Forse i giovani sono quelli che fanno i tornei di basket? O le gare di scala quaranta? O i corsi di decoupage? L'unica cosa certa è che hanno defenestrato l'ufficio delle borse di studio, dei contatti con l'estero e delle residenze. Ottimo. Terzo: la mostra del PAC "Lavori in corso", dedicata ai giovani artisti emergenti e curata dal bravissimo Lissoni è stata silurata da Sgarbi. Notizia capitata tra capo e collo quasi nei giorni dell'anniversario dell'attentato al PAC, le voci narrano di una sostituzione dell'appuntamento di Lissoni con una mostra di Andres Serrano, proprio quella che qualcuno avrà visto in Spagna l'anno scorso e a New York tre anni fa. Milano provincia d'Italia provincia di tutte le province del mondo. Gli scarti dei veri musei arrivano a rendere ripostiglio il nostro.
Lungi dal collegare i miei misfatti ai grandi problemi, tutto si somma e io sono incazzata. Essere giovani già mi da fastidio, che io son nata vecchia, vecchia dentro, e in più mi si costringe ad esserlo mentre mi si piglia a calci in faccia perchè, appunto, sono giovane. E quindi sfruttabile, in nome delle sante gavette che chissà come mai qualcuno, che di solito non ne ha bisogno, riesce pure a schivare; e quindi sorvolabile, che tanta ne devo fare ancora di strada prima di essere presa sul serio. E tutto mi sembra misero e meschino.

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lunedì, luglio 24, 2006

amarcord

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sabato, luglio 22, 2006

back up e i signori Paolini

Fare i back up mi porta a fare pensieri da ultimo dell'anno. Bilanci e cose così. Insomma. Quest'anno ho fatto 10 cataloghi e penso di essermi dimenticata qualcosa, e altrettanti si stanno proponendo. E' un lavoro che mi piace tantissimo. Si parla con gli artisti, si cerca di trovare un compromesso tra i soldi e lo stile, si fanno sedute spiritiche di birrette e prove colore.
Poi inizia l'autismo. I batch, gli scontorni, gli spilucchi, le scansioni, i testi, la correzione bozze, le traduzioni, montaggi pagine, conto fogli, sedicesimi e rilegature, bianchi e neri, quadricromie, prove stampa, verifica retini. E' incredibile quante cose possono succedere su una scrivania. Dopo un mese di clausura, finalmente, tutto diventa carta vera. E qui inizia la parte bellissima.
Parto col mio hd e vado a Mantova, dai signori stampatori, i signori Paolini.
Baci e abbracci, "è stata dura?" "eh... anche stavolta ce l'abbiamo fatta!". Attacco tutto, 5 macchine si agganciano e pare di vedere i rigonfiamenti nei cavi e tutto frizzica in stereofonia di fire wire. E la cara Cristina, che mi mette la tranquillità di un monaco zen, inizia a chiedere e fare e brigare. "Mmh... che bello questo!". Me lo dice sempre... Con lei qualsiasi difficoltà si riduce allo sbucciamento di una banana: "Tranquilla, poi lo sistemo io".
Poi il Capo mi vuole: è il signor Paolini patriarca che è un signore e mi chiama signorina. "Signorina Maria, venga qui che le faccio vedere una cosa". Io vado, usciamo dalla porticina dell'ufficio e mi porta nel paradiso della stampa. Il suo sommergibile Heidelberg sei colori si staglia controluce nel capannone e sembra pronto per Caccia a Ottobre Rosso. Nel mio feticismo ossessivo per questo genere di cose penso "Lui HA una Heidelberg esacromia, lui la POSSIEDE, è SUA, lui l'ha comprata -miliardi di lire-, lui la usa quando vuole, la SA USARE". Oltre che essere Capo, è anche Comandante e Capitano. Ma non è il sommergibile che mi vuol far vedere, e apre un cassetto. "Guardi cosa ho trovato, signorina Maria!" e mi mostra una carta bellissima, bianca come una sposa e lussuosa al tatto. Lui ha gli occhi innamorati, mi dice che si chiama Kiara, e convengo nel dire che è la carta più bella che io abbia mai toccato, che un libro con quella lo puoi fare anche vuoto, o al massimo di poesie. D'istinto la annuso, gli dico che è buona, che non ha chimica e lui conferma dicendomi che il bianco perfetto non è il bianco ottico ma il bianco di Kiara.
Adesso: trovatemi un'altra persona che ama così tanto quello fa. Io mi commuovo sempre un po' quando vado dal Capo e da Cristina, e penso che forse non farei i libri se non li dovessi stampare da loro, e chi mi dice che il lavoro è una cosa e la vita è un'altra, li mando a cagare, o forse no: mi sa che sono solo una maniaca fortunata.

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martedì, luglio 18, 2006

progetti per un futuro

Mi son fatta leggere la mano da una zingara e dice che ho le linee della vita tutte divise e molto solcate e profonde, dice anche che sembra io abbia già avuto molte vite e altre mi aspettano nel futuro, con molteplici visioni che si accavallano l'una all'altra. Io non c'ho capito molto, spero non volesse dire che continuerò sempre a fare mille lavori.
Fumo un sacco di sizzine al giorno e il mio progetto di fumare di meno (nota bene: "di meno", non "smettere") si nebulizza a ogni boccata goduriosa di Camel, con retrogusto di birra o cioccolato, dipende da quello che ho a portata di mano.
Negli ultimi mesi le ho fatte tutte: ho cambiato casa, ho lasciato il fidanzato e mi sono licenziata. E mi sento bene, adesso. Come essere uscita da un tifone. Si prospetta un'estate tranquilla, di disegni e cenette e libri. Anche se a volte vorrei che un tir mi stirasse, vedo laggiù, molto lontano, qualcosa di solare e luminoso tra le due ante scure di una pesantissima porta.
I miei piedi si fan radici, e mi sembra di essere diventata più alta.

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martedì, giugno 27, 2006

faccende da meredith

Il perchè non lo conosco, ma ieri sera, mentre rifacevo il letto, canticchiavo Meredith Monk. Ero tutta presa infilare le lenzuola tra i bancalini di pino e iniziano a passarmi per la testa i suoi gorgheggi: aha ahh ah ah aheo. Mi accorgo che ci vado giù pesante solo quando mi suona il telefono e non riesco a dire pronto. Qualcuno mi può spiegare cos'è successo alla mia testa se mi ricordo a memoria una canzone di Meredith Monk dopo tre anni che non l'ascolto?

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lunedì, giugno 26, 2006

tapparella, miss bolivia e devendra banhart

Casa nuova inizia a prendere forma, come se fosse un calco delle mie esigenze: piscina da 50 metri… eh eh. Scherzo. Tra un po’mi starà addosso come un vestito di sartoria.
La coinquilina A. è bravissima. Oggi si è messa a sistemare la tapparella rotta dalla precedente Miss Bolivia. Miss Bolivia, dai racconti di A., si voleva sposare un giorno si e un giorno no, ma alla fine li mollava tutti. Infatti, quando ho preso possesso della mia stanza pisciando negli angolini, ho riesumato un sacco di riviste tipo “Sposabella”, “Sposami ora”, “Sposabellaebravachedicesempresi”. E giù una valanga di pizzi e trine da far venire l’allergia. Comunque, sempre dai racconti di A., pare che Miss Bolivia risolvesse i problemi di casa con lo stesso piglio deciso con cui cambiava idea sui fidanzati. Infatti, per tornare alla suddetta tapparella, si narra fosse bloccata e Miss Bolivia, tanto per essere sicuri che non tornasse giù all’improvviso tipo ghigliottina, ha tagliato la cinghia inchiodandone un estremo al muro.
A. invece, mettendo a repentaglio le sue ditina, ha armeggiato tutta mattina con la molla e il trapano per fare un foro nuovo alla lamierina. Così. Mi sono svegliata dopo tre ore di sonno col rumore del martello e il trapano. Eh, sì. Tre ore di sonno che sono tornata alle 5 di mattina dopo ore interminabili di autostrada Modena-Milano. Ma ne è valsa la pena. Da Mazzoli super mostra del bello bravo simpatico musico artista giovane tutto lui e solo lui Devendra Banhart. Mille disegni e disegnini di formine galleggianti nelle carte sapienti di vari odori e colori. Piccolini gioiellini un po’ joie de vivre. Mi sembravano, all’inizio, un po’ troppo fricchettoni e invece guarda lì, che le cose un po’ magiche ce le hai sempre nelle tasche interne, mai a portata di mano. E lui gentile, un po’ timido, tra il magretto e il maudì, si faceva coraggio nel bar a fianco con tequila e amichetti suonatori. E infatti dopo la mostra, super-cena all’aperto con tanto di argenteria, che a me faceva un po’ strano e chiedevo ad Amedeo che bicchiere si usava per primo, eccoli che vanno sul palchetto e strimpellano un po’. Sale una ragazzina a fianco di Devendra e inizia a tormentare la chitarra e canta un po’ male. Non che io sia un luminare della musica, ma quella proprio un po’ generava fastidio. Allora il caro Devendra la presenta dicendo che è la prima volta che suona in pubblico e a me? Un po’ mi arrabbio e penso che non la voglio sentire, poi mi è sembrata una cosa bella che lui, che ha tour ovunque e mostre, anzichè fare il figo faccio-tutto-io di fronte a Mazzoli e ospiti, abbia generosamente ceduto gli onori dell’esigua platea all’esordiente ragazzina. Anzi, mi sono appostata proprio in prima fila e alla fine proprio mi faceva dolcezza: lui le faceva sentire gli accordi e lei ci canticchiava sopra, come se fossero nel salottino di una sala prove. Ciò non toglie che lei fosse completamente ubriaca e che se io andassi a strimpellare a New York mi tirano i sassi. E comunque il mio mito di uomo resta sempre Vincent Gallo.
Il viaggio di ritorno è stato ribattezzato “speriamo che la società autostrade fallisca così non hanno più i soldi per fare lavori”. A Reggio chiusa. Prendiamo l’altra ma è più lunga, e la Via Emilia alle due di notte ci sembrava fattibile come un viaggio a dorso di un cammello in compagnia di Guccini. Bergamo-Milano chiusa. E allora giù, nel Roverino io, Nicola, Marco ed Elisa e raccontare porcate per stare svegli e delirare, senza aria condizionata e quindi il tifone interno di finestrini abbassati un po', che non ci si sentiva a due centimetri e quindi a gridare e leggere labiali. Poi si sa. Tre ore di sonno e tapparella.

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sabato, giugno 10, 2006

oggi ho comprato un neon

Stavo cercando una lampada per la mia nuova scrivania e allora sono andata nei magazzini degli artigiani che lavorano nel cortile. Mentre scendevo le scale, ho pensato che sono proprio fortunata, perchè ho una casa a Milano con sei finestre e neanche una si affaccia sulla strada, ma su questo operoso cortile un po’ buffo, pieno di laboratori e scaffali a cielo aperto ricolmi di tavoli, lampade, sanitari, giganteschi rocchetti di filo elettrico, mattoni e tubi. Sono entrata nel paradiso dell’elettricità che già mi veniva voglia di fare un impianto industriale nella mia casina, magari con un carro-ponte nel corridoio.
Stai tranquilla, mi sono detta.
-Buongiorno, scusi, avrei bisogno di una lampada da tavolo.
Mentre il ragazzo gentile mi spiega tutti i modelli che ha, con snodo o senza, a incandescenza, con luce blu, da lettura o da disegno, decorata o tecnica, lo vedo.
La timida barretta è lì, come un cucciolo al negozio di animali che mi guarda dallo scaffale. Piccolo, venti centimetri. Subito mi viene in mente la spada laser, che la forza sia con te, mi immagino nella mia stanzetta al buio, con l’accappatoio: whomhm whomhm.
-Voglio quello.
-Il neon?
-Sì.
Sono già pazza di lui.

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martedì, maggio 30, 2006

palermo è follia (dal diario cartaceo 2004)

È strano, strano, stare qui. Erano tre anni che non passavo a Palermo. Strano senza gli amici di allora partiti in Erasmus e vari lavori al nord… Pausa di pensieri o vacanza? Non saprei. Ho bisogno di una pausa in testa, e avrei solo voglia di farmi rapire dagli alieni o dai Saccardi. Come pesce annaspo tra i rifiuti del mercato e il suolo umido e sempre scivoloso della Vucciria, a volte di pioggia e unto, a volte di verdure spappolate e in decomposizione. Comunque sempre vorrei star qui un giorno in più. Mi sento come una costa di sedano abbandonata nella strada qui sotto. Ma è solo malinconia, e Palermo piove, e scivola tutta di dosso la nebbia, ma freddo lo stesso.
E Baz il caro Baz e l’energia di Marco che ancora aleggia al piano di sopra. Un magnifico mostro a due teste che genera fecondo mostre e gallerie e luminosità in teste altrui. La musica truce qui sotto e le urla mi impediscono di capire. Ma cosa c’è da capire?
Ti trovi in un palazzo del ‘600 mai ristrutturato, un uomo bambino ti giura eterno amore, un saraceno arrostisce stigghiola dalla mattina alla sera, il capo quartiere in carrozzella sa che appartieni a Alessandro u pittore, un Jim Morrison tedesco dipinge i muri di palazzi sventrati, il re di Palermo vaga tra i bar con la sua corona di cartone, il primo film porno della storia dei porno è in proiezione in un bar, i motori e le lape scoppiettano perenni, un portone è aperto e al pianterreno posso vedere i materassi per terra e donne sdraiate che fumano narghilé, i vari Johnny Scippo sono sempre all’erta, le ragazzine cicciottelle si vestono come MTV comanda ma con un vago sapore di salsiccia stretch che potrebbe scoppiare tutto se entrassero in collisione con le scarpe a puntissima della comare del cuore.
Se passassero i Re Magi coi cammelli li lascerei attraversare con l’indifferenza di chi, ormai, ha già visto tutto.
Sono abbastanza ubriaca di casino di gente di pazzi.
Il ragazzo del panificio è gigante, fa battute sullo sfilatino, io gli guardo gli occhiali a fondo di bottiglia e i denti storti e il sorriso dolce come se avesse dipinta in faccia la quintessenza della mansuetine bovina. Non riesco ad arrossire: rispondo alla battuta. Gli avventori ridono del mio accento. La principessa del continente, cosa ci fa qui. Ridono di nuovo. Rido anch’io. Ringrazio. Ringrazio. Avrei voglia di prenderli a calci in culo da qui alla cattedrale.
Un signore zoppo con un occhio di vetro mi guarda con l’altro, mi allunga la lingua e canta: SANTA CATERINA CON LA FIGA PICCOLINA!!! Poi sputa, si mette sull’attenti, fa un saluto militare e ricomincia: SANTA CATERINA CON LA FIGA PICCOLINA!!!
Vorrei rifare una versione di Blade Runner, qui.
I Saccardi vanno in Finlandia, e allora si parlava dell’alto tasso di suicidi.
Vicè mi dice che a Palermo non si ammazza nessuno se non lo ammazza qualcuno.
Se a Palermo uno si suicida è perché gli hanno asportato lo stomaco o perché gli è caduta la minchia.

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giovedì, maggio 18, 2006

i vecchi amici

Oggi è venuto a trovarmi un vecchio amico.
Una bella faccia calda di quelle che la vita il tempo e la geografia mi avevano portato via.
Chiacchere e una bottiglia di corvo bianco, pesce spada e passeggiata in libreria.
Un rapido sprazzo di imbarazzo. Parlate forti della vita di cui rispettivamente ci sono mancati i resoconti che, ai tempi, erano settimanali. Le nostre case, gli amici e gli amori, il viaggio a New York e la musica, in forma di passione o di abbordaggio.
I computer e la cucina e i concerti prossimi.
E' bello ritrovare il caldo nelle persone riallacciate. E' un po' come dire: faccio una vita completamente diversa da dieci anni fa ma il valore assoluto della bellezza è una costante.
Bellezza che pervade anche piazza Piola se si è ben accompagnati.
Far dei baffi un'equazione.

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sabato, maggio 13, 2006

palermo è amore

Insomma, anche quest'anno ce l'ho fatta a regalarmi una mini-vacanzina umana a Palermo.
Palermo è il mio psicologo personale, mi aiuta a riflettere sui temi importanti della vita che a volte a Milano mi sfuggono di mano: il cibo, le coccole, la calma, il non sense, il tempo, lo spazio, il mercato e l'odore di mare.
Gli amici di Palermo si moltiplicano ogni volta e cercano di farmi stare bene inventandosi un sacco di cose da fare, ma io lo so benissimo che si sta bene quando si sta.
Infatti, i miei amici di Palermo non vivono a Palermo, non lavorano a Palermo, non girano a Palermo: stanno a Palermo.

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mercoledì, maggio 03, 2006

casa nuova

Anche dormire tra gli scatoloni provoca benessere.
Respirare aria satura di briciole di cartone mi preserva dall'allergia ai pollini.
Il nuovo letto poggiato sui bancalini di pino mi fa sembrare più piccola della mia vita dentro una torre di scatole.
La piazza e mezza rende bene l'instabilità per chi ama stare da solo ma contempla volentieri l'accompagnamento, purchè non occupi troppo spazio e si possa stare vicini davvero.
Le due finestre messe ad angolo fanno sembrare una stanza l'appartamento di costa di una torre.
Jarry, Capote, Smith.

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sabato, aprile 22, 2006

pensare di essere quattro

Vorrei essere quattro persone.
Ho sempre mille cose da fare, che si accavallano come gli incisivi di mio cugino alle medie.
La cosa sconvolgente è che nessuna di queste è in qualche modo redditizia, altrimenti avrei dei dipendenti.
Chissà se un giorno smetterò di progettare mulini a vento.
Tutto si affastella nell'angolo formato dalle pareti di cemento armato di due parole: ULTIMO GIORNO.
Vorrei essere quattro e io essere quella nel giorno di riposo.
Ma oggi c'era un sole tiepido di primavera precoce, per Milano.
E in questa sacca d'aria nel lato interno del vento ho pensato di essere zero coagulato nei muri, nel selciato, nei pollini nuovi, nei raggi vorticanti della mia bicicletta.
quattro per zero fa zero, e così mi sento al sicuro.

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sabato, aprile 01, 2006

farina

Mi ricordo le impronte di farina. Tutte le mattine, durante la scuola elementare, percorrevo a piedi il breve tratto di strada che separava la piccola casa dove vivevamo in sei dalla fermata dell'autobus che avrebbe portato a scuola me e le mie tre sorelle in ordine di altezza. Passavamo davanti all'edicola, alla merceria e al calzolaio. Arrivate davanti al fornaio, una delle piccole buttava il naso dentro le vetrine, e Maia, la figlia del panettiere, ci raggiungeva fuori insieme al profumo di pane. Io, la più grande, restavo un po' indietro, per poter guardare tutto questo mio piccolo esercito di codini e cartelle. Le guardavo scambiarsi occhiate e segreti possibili solo in quei due minuti e in quel tratto di strada. Ma soprattutto guardavo il marciapiede, gli stivaletti invernali minuscoli e le prurignose calze di lana di svariati punti dritti e rovesci in combinazioni infinite e frattali. Mentre le mie sorelle camminavano senza lasciare segno tangibile del loro passaggio, Maia, la figlia del fornaio, segnava il marciapiede nero con piccole impronte bianche.

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