lunedì, febbraio 13, 2012

La relatività della normalità

Scrivo poco e non ho idea di quanti siano i lettori di questo blog. Può darsi che ormai scriva solo per me, perché vedere le cose scritte mi fa bene, mi da un’illusione di lucidità e ridimensiona l’emotività che riverso a barattoli da 5 chili in ogni cosa che faccio.

Sono stata in Inghilterra a fare una mostra, ultimamente. Quando faccio qualcosa in Italia, anche di più importante o più impegnativo, giusto trovo in giro due segnalazioni striminzite. In questo caso, invece, sono usciti un po’ di articoletti, intervista alla curatrice e qualcosa persino - udite udite – nei giornali veri, quelli fatti di carta.

1_Se fai l’artista e ti soffi il naso a STRUMBURSY (o altro luogo possibilmente lontanuccio e con almeno una lettera strana nel nome), se ne parlerà di più di una personale in una galleria italiana (anche se magari è l'equivalente di fare una mostra alla bocciofila di Buccinasco)

Due giorni dopo l’inaugurazione io e l’altra artista abbiamo fatto un workshop a beneficio degli indigeni i quali, con ordine e gentilezza, hanno appreso le nostre tecniche e le hanno testate sul campo producendo lavori propri. I bambini sono stati ordinati e mi hanno ringraziato per essere andata fin lassù a insegnare loro delle cose così belle.

2_In Italia l’arte ce la suoniamo e ce la cantiamo tra di noi. Il panettiere non va alle mostre, il baker invece ci va e pure si sporca le mani. I miei nipotini si sarebbero aperti il cuoio capelluto a vicenda con il taglierino e avrebbero cercato di riparare il danno con la colla vinilica giusto per non venir puniti, ad esempio un giorno senza nintendo.

Appena arrivata in loco, i direttori dello spazio espositivo mi danno le chiavi di una casetta, mi danno i documenti per la vendita, mi chiedono le copie dei biglietti aerei per il rimborso spese. Gli dico che mi servono, devo tornare indietro, non so se prenderò l’autobus o il treno per l’aereoporto, e loro mi dicono: ma fai più o meno, così ci portiamo avanti e ti paghiamo al più presto.

3_Qui mi capita che un gallerista venda le mie opere, ma poi scopro che non è vero, non mi danno i soldi e il pezzo non è più nel loro magazzino.

Adesso veramente mi cade la mascella, ma non voglio dire che fuori di qui tutto è meglio, perché fuori di qui, ma non ovunque, tutto è normale.
Ogni tanto penso di vivere in un mondo che posso guardare solo attraverso una lente che produce aberrazioni, e poi ti abitui, è un attimo.

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